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STORIA DELLE RELIGIONI – I GRECI

A CURA DI WALTER BURKERT (MILANO, JACA BOOK, 1984, 1977¹)


APPUNTI DI LETTURA E MATERIALI PER LA CITAZIONE

Vol 2. Età arcaica. Età classica (sec. IX-IV)

Dal Capitolo 3: Gli dei rappresentati.


1. Poesia e arte figurativa sulla scia di Omero. Pagg. 177-185.
Il rapporto dialettico instaurato fra il divino, elongato ed elevato, e l’umano, assoggettato
ed ordinato (nel pensiero e nell’azione) costituisce uno spazio nuovo per un tempo diverso
nella civilizzazione greca: la considerazione proposta dall’immaginazione razionale comune
non resta più ferma all’eterna creatività del presente, della potenza divina intelligente e
materiale, ma si muove e si svincola dalle sue capacità di possesso e di dominio, per
rovesciarne la dominazione. Non sarà più una Natura, che con la sua Ragione orienterà
l’uomo nel pensiero e nell’azione, ma al contrario sarà il pensiero e l’azione dell’uomo,
garantito e giustificato dalle potenze divine astratte (divinità olimpiche), a indicare la
possibilità di una trasformazione e di un movimento apparentemente libero e svincolato dai
condizionamenti naturali e materiali. La potenza divina viene dunque estratta, astratta ed
alienata a terminazioni divine, che assumono su di sé la nuova capacità delle potenze celesti,
superiori, determinanti. Il soggetto umano traspone la propria volontà e necessità di dominio
in agenti di determinazione separati, eterni, personificati con le sue stesse qualità e
condizionamenti. Nasce il mondo della rappresentazione unica e del rapporto dialettico
decettivo e negativo. Sorge l’orizzonte comune della negazione.
È all’interno di questo orizzonte di separazione che si dispongono le nuove raffigurazioni
delle potenze divine, secondo delle precise relazioni organiche, tese a nascondere ed
occultare definitivamente – sostituendoli - i rapporti religiosi precedenti. Mito e rito
individuano la singola personalità divina all’interno di una serie di rapporti organici con
tutte le altre, necessarie, personalità divine. Vi è una precisa logica che tiene unito il tutto e
che verrà chiarita dalle funzioni e dalle reciproche disposizioni delle singole divinità. La
trasformazione religiosa opera per graduale sostituzione, rituale e mitica: utilizza i riti
precedenti, modificandoli con nuove mitologizzazioni. Cambiando il significato degli
strumenti ed elementi utilizzati o valorizzati. Così vedremo cambiare progressivamente di
significato le figure della Grande Dea Madre (Gea-Gaia, Era, Demetra), mentre
corrispondentemente nuove immagini razionali assumono la funzione superiore di comando
e di dominio (Urano, Crono, Poseidone, Zeus), o nuove figure strumentali sostituiscono
l’originario sviluppo dell’azione (Dioniso, Asclepio, Atena).
Così Esiodo ed Omero sono gli strumenti principali di questo processo di trasformazione.
L’ideologia olimpica viene da loro progressivamente costruita ed arricchita, per essere poi
ripresa e continuamente rafforzata e raffinata da tutte le successive impostazioni
tradizionaliste, nella loro battaglia contro il sempre risorgente spirito naturalistico e critico-
razionale. Il superamento dell’eroe o la fatica quotidiana nel lavoro agricolo trovano un
termine di giustificazione, valorizzazione od addirittura di glorificazione in questa nuova
forza astraente, in questa edificazione di una nuova potenza umana, che è capace di invertire
il rapporto di dominazione, dalla dipendenza naturale a quella razionale e divina,
maggiormente facilitante il desiderio umano di libertà dalle necessità materiali. Che
abbisogna di un riconoscimento reale e di uno formale, del consenso delle popolazioni
greche e dello sviluppo ulteriore portato dalla nuova classe intellettuale.
Ruotando attorno al perno estremo della strumentalità, l’ideologia in costruzione rovescia
il semplice e spontaneo finalismo creativo del soggetto naturale in una forma superiore e
separata di determinazione, che dall’alto del cielo astratto della ragione si impone con
necessità intangibile, immodificabile ed indiscutibile. L’influenza della posizione dominante
orientale (Egitto, Medio Oriente ed Anatolia) e la successiva organizzazione sistematica che
la cultura greco-latina (per non dire di quella cristiana) vi apporrà compongono bene
insieme quel quadro d’orizzonte e di determinazione del pensiero e dell’azione, che agirà
come comportamento intellettuale e di massa per la civiltà occidentale, nella sua storia di
progressiva e globale saturazione dello spazio e del tempo civile (lavoro, istituzione e
guerra/commercio). Così la nuova forma della divinità esiodea od omerica definisce la
terminalità superiore della civiltà nascente, non senza aprire per l’umano quello spazio di
mediazione assoluta, che troverà nella successiva speculazione sofistica e socratica una
specie di laicizzazione estrema. L’umanesimo realistico omerico anticipa in questo modo
quello socratico, quando lo spazio per l’imperscrutabilità dei giudizi e delle decisioni divine
si trasformerà nel sapere di non sapere socratico. Ed il non-tempo dell’eterno si rifletterà nel
tempo dell’imitazione esemplare (Platone ed il cristianesimo vi appoggeranno,
rispettivamente, la propria dottrina delle idee e quella del Cristo Salvatore). È questo
riflesso ad avere quale precedente il rapporto di filiazione dell’eroe dal divino (Teti →
Achille; Zeus → Eracle). È in questo modo che l’eroe, nato dal divino (con un parto non
completamente naturale, che ne espone l’anima a determinazioni superiori) per essere da
questi guidato attraverso mille prove, ritorna ad esso, per garantire la moltiplicazione
ideologica del suo esempio e del suo comportamento. Così, se il procedere verso l’uso
pacifico della ragione (Atena) contraddistingue il processo di rapido passaggio dall’epoca
della guerra (Iliade) a quella del commercio (Odissea), la normalizzazione del tempo
realizzata grazie ai riflessi pratici e quotidiani della teogonia esiodea fa procedere innanzi

2
l’edificazione ideologica, nella sempre più stretta composizione fra divino ed umano. 1
L’orizzonte olimpico aperto e delineato dal poeta greco nella sua Le opere ed i giorni
determina, infatti, una sorta di forma di chiusura e di negazione nei confronti di un
atteggiamento civile, culturale e religioso precedentemente attento alla considerazione vitale
e libera delle potenze naturali ed umane. L’orizzonte divino negativo e punitivo esiodeo
funge da giustificazione di quell’atto e di quella potenza, che giudicano e definiscono
l’intangibilità – di qui l’amara necessità dell’espiazione attraverso il lavoro (che, però, può
rendere autonoma e giusta la collettività) – della colpa compiuta da Prometeo e della
punizione ad essa relativa: rendere autonome le comunità umane attraverso lo strumento del
fuoco vale l’effetto apocalittico degli arbitri e delle violenze interne ed esterne ad esso
collegate (invidia, gelosia, sopraffazione, guerra). Quasi come un’eco reazionaria dei secoli
bui precedenti, la libertà naturale e razionale degli uomini viene accusata della caduta
originaria, della colpa iniziale: abbandonare l’età dell’oro per giungere in un’età nella quale
– l’età dell’argento – il demone inferiore del possesso domina e stravolge negativamente
ogni rapporto umano. Di qui il passaggio all’età immediatamente successiva – l’età del
bronzo – l’età della guerra generalizzata. Solo gli eroi fanno risorgere un riflesso ideale
dell’età iniziale, quando conquistano per la Grecia l’onore della giusta bontà dei propri
possedimenti (a Troia e a Tebe) e per loro stessi l’apoteosi paradisiaca. L’età di Esiodo
invece ricalca le orme negative della corruzione iniziale: qui, di nuovo, nell’età del ferro il
demone del possesso genera ancora e di nuovo violenza, sofferenza, ingiustizia,
richiamando la necessità di una punizione esemplare. Solo la giustizia divina può allora
subentrare a fondare il richiamo alla legge ed alla sua potenza salvifica, mentre il lavoro
collettivo ed organizzato consente alla comunità di vivere in pace e con un costante
adeguamento agli insegnamenti divini (onestà, probità, ragionevolezza).
Quell’orizzonte olimpico viene, poi, determinato nella rete delle proprie relazioni fra
divinità, quando nella Teogonia il rovesciamento iniziale, l’atto della ribellione all’ordine
divino, viene transcodificato miticamente per il tramite del passaggio allegorico dal mondo
della chiusa perfezione naturale e razionale al mondo nel quale sembra operare una
dialettica decettiva, una dialettica perversa e negativa. Dove la forza del più grande sul più
piccolo e debole non conduce alcuna forma riconosciuta di alterazione, che possa essere
definita e identificata come sopraffazione e violenza al dettato divino, ma al contrario come
forma razionale di vita naturale. Quando Crono mutila Urano – e la castrazione del cielo
sembra rappresentare mimeticamente l’enucleazione e lo sradicamento della potenza
razionale superiore - solo Zeus ricomporrà la frattura iniziale, attraverso il richiamo ad un

1
Vedi alla voce Esiodo, in: http://it.wikipedia.org/wiki/Esiodo.

3
orizzonte ideale, fatto di ordine, necessità e subordinazione collettivamente accettata. È in
questo modo che comincia ad instaurarsi nella costituenda civiltà occidentale – o almeno
nella sua parte e tradizione egemonica – quel richiamo ad una potenza ed un ordine attuale,
che in altri luoghi di questa trattazione è stato descritto come il concetto (e la relativa,
connessa, prassi) dell’Uno necessario e d’ordine, capace di fondare in senso capovolto –
rispetto all’originaria proiezione immediata delle capacità creative - la serie delle
dipendenze, naturali e razionali. È la potenza astratta della ragione a costituire così
quell’orizzonte, ingenerando in se stessa quello spazio immaginativo all’interno del quale
depositare ogni forma di contenuto espresso,
naturale ed immediato od apparentemente
ETERE
NOTTE URANO
Z
E sovrannaturale e mediato. Essa si occuperà,
U
CRONO S
infatti, di accogliere la predisposizione divina e
C GIORNO il suo movimento causale, aprendo il concetto
A
O
S e la prassi dell’umano. Intelletto e volontà,
nelle figure mitologiche di Apollo (Artemide)
EREBO
ed Atena, offriranno allora campo aperto alla
suddivisione ulteriore delle cariche e delle
funzioni divine, facendo bene attenzione a
Schema visivo della Teogonia esiodea.
riassumere nella propria ricodificazione
mitologica sistematica tutte le strutture religiose precedenti, con opportune sostituzioni per
sovrapposizione. Era, Afrodite, Ares, Hermes sostituiranno e trasformeranno il senso ed il
significato delle figure precedenti: la grande Dea Madre, il desiderio legato a Demetra e
Dioniso, la funzione correlativa e dominante di Poseidone, la funzione di interconnessione
rappresentata dalle figure paniche (Pan). In questo modo il politeismo greco troverà una
nuova sistemazione organica, principalmente fondata sulla separazione, sull’alienazione e
sulla eterodeterminazione.
Gli Inni Omerici ed i poeti lirici successivi (Archiloco, Alceo, Saffo, Pindaro).
La tradizione epica orale influenza la produzione delle raffigurazioni di contenuto
religioso (immagini in movimento e personaggi in azione). Idem per la scultura.

2. Singole personalità divine. Pagg. 185-250.


2.1. Zeus. Assume per superiorità a tutti gli altri dei il luogo immaginativo e razionale
deputato alla luce che risplende. Rigeneratore dell’apertura illimitata del cielo ed orizzonte
luminoso dello stesso, esso assume su di sé la doppia caratteristica dell’entità creatrice e
della divinità che limita e finisce, definisce e determina. Porta con sé, dunque, la potenza
superiore (la pioggia, la tempesta, il fulmine), che emette e dirige verso il basso, verso il

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mondo degli umani e della natura. In questa potenza rimane nascosto il suo giudizio e la sua
decisione, che sovrasta ed impaurisce ogni altro essere, esso stesso divino o mortale. “Uno”
sopra e fra “i più”, onorato dai “molti”, come Signore (wánax) governa il consesso degli dei
e le comunità degli uomini. Governa muovendo gli uni e gli altri, insieme al mondo intero.
Seppur distaccato tiene con sé la capacità generativa, che lo lega nella relazione con le
figure e controparti femminili, progressive trasfigurazioni della immagine originale della
Grande Dea Madre. Queste vengono, infatti, progressivamente neutralizzate nella propria
autonoma virtù creatrice, attraverso il timore che viene ingenerato nei confronti della libera
potenza naturale, demonica e costantemente da blandire. Così alla sapienza naturale (Meti)
si sostituisce la saggezza di tipo maschile (Atena, che nasce dalla mente di Zeus). Ma il
pericolo rimane comunque costante (Tifeo, i Giganti), a rappresentare la permanenza della
potenza naturale e delle antiche forme di divinizzazione. La nuova ideologia religiosa
rimane invece vittoriosa grazie al consenso generale rivolto all’imposizione di un ordine
universale, dove “i più” (gli aristocratici guerrieri) ed “i molti” (i liberi) si accordano nella
sottomissione all’Uno (il re). L’ordine sociale, economico e politico della Grecia arcaica
trova dunque il proprio radicamento nella volontà e nella capacità di trattenere ed elevare la
relazione di generazione, indirizzandola verso finalità e scopi essi stessi decisi per
determinazione univoca (nóos) e concorso molteplice. Questa è la forza irresistibile e senza
opposizione, che muove e racchiude in sé (possiede) ogni cosa, grazie alla formazione di
una premessa teologica che verrà posteriormente trasfigurata dalla successiva definizione
aristotelica della potenza del cielo (De caelo), in capo al reggitore (comandante) del cosmo
intero (Metafisica).
Zeus è dunque Signore e Padrone attraverso la propria funzione paterna: come Padre
elevato e fecondo nell’infinita rete delle generazioni (degli dei, degli eroi e delle diverse
stirpi umane), esso dà luogo allo svolgimento del destino (Moîra), allo sviluppo della
necessità (Anánke). Ponendo, segue ciò che liberamente pone. In questa linearità
determinativa risiede, allora, la fonte della successiva speculazione astratta presente nella
corrente orfico-pitagorica: qui, come nella formazione religiosa cara alla Grecia arcaica, ci
si deve allontanare da un’origine che manifesta delle caratteristiche pericolose e
incontrollabili (l’indeciso, il duplice, ciò che comporta dubbio ed opposizione, o
resistenza), 2 per muoversi e progredire verso scopi salvifici, grazie ad orientamenti e
strumenti essi stessi conglomerati nel piano provvidenziale della salvezza. Giudizio ed
integrazione unitaria saranno, allora, la manifestazione concreta del piano della

2
Ricorda lo schema proposto per la decodificazione delle relazioni fra gli dei nella Teogonia esiodea.

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Provvidenza, secondo impostazioni speculative riemergenti nel periodo postaristotelico (la
Stoa).
Il superamento dell’originario grazie al linearmente determinativo non riesce però ad
allontanare e a separare da sé il luogo iniziale, dal quale è necessario distaccarsi, per
procedere e progredire: l’ipostasi dislocata delle condizioni iniziali rimane quale minaccia di
un negativo sempre possibile e qualche volta incombente. Sarà una dialettica verticale fra
l’originario e il divino a tentare di illuminare e tracciare una strada, che si allontani
definitivamente dal richiamo sirenico delle condizioni iniziali. A prezzo, però, di un
dimezzamento: il dimezzamento dell’Essere, orientato alla realizzazione dello scopo finale,
eguale per tutti, universalmente. Così Eraclito apre la strada ad Aristotele, grazie alla
dialettica degli opposti ed al naturalismo teologico del fuoco, mentre Parmenide trattiene
Platone in una difficile battaglia di oscuramento, di trasfigurazione e trasformazione (il
famoso “parricidio”). Aristotele acquisirà da Platone lo stile, che lo renderà tristemente
famoso presso la considerazione di Giordano Bruno: la mistificazione originaria per
capovolgimento e riduzione, in attesa del necessario superamento. L’Essere ridotto alla
condizione di immobilità e al quale viene sottratta la potenza generativa è un essere
contraffatto e diminuito, distaccato e dislocato rispetto alla centralità della potenza e
dell’atto, che sono inscindibilmente propri dell’originario (la grande Dea Madre). In tal
modo l’Essente parmenideo viene veramente trasformato e capovolto, posto nelle
condizioni di non nuocere, tramite l’inibizione del suo movimento continuamente creativo.
Così la molteplicità che esso nega, attraverso l’affermazione unitaria, è semplicemente
proprio l’alterazione provocata dall’estrazione ed astrazione della potenza e dell’atto
dell’originario, la sua separazione nell’alto del cielo e l’alienazione della ragione comune. È
il rigetto di questo capovolgimento e della sua motivazione a causare nel pensiero di
Parmenide la negazione di quel movimento che sarebbe falsificante alterazione. Questa
alterazione è, infatti, falsificante nel momento in cui trasformasse la positività del mondo
dell’Essente in negazione: negazione da negarsi (essere per il nulla), per accedere ad un
mondo separato e contrapposto, del non-Essente. Di Dio. Uno perché al di là della
limitazione, che segna il passaggio dalla negazione alla posizione superiore. 3 Come Cartesio
attraverso il soggetto del dubbio – pensiero negativo – riaffermerà il Dio della tradizione
neoplatonico-aristotelica, così l’intera nostra modernità viene determinata nel suo quadro di
riferimento coatto dalla riaffermazione dell’orizzonte negativo/positivo dell’Uno necessario
e d’ordine. Dell’Uno trascendente (vs. l’unitarietà immanente ed inalienabile).

3
Questo si vedrà con maggiore ricchezza e precisione di dettagli e di articolazione argomentativa nell’Unità Didattica
dedicata a Parmenide.

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Così di fronte allo scorrere di queste due opposte posizioni teologiche, politiche e
naturali, la figura e l’immagine di Zeus rappresenta l’icona iniziale e fondamentale,
l’architrave della tradizione ideologica occidentale egemone. L’altra, pensata ed agita prima
di questa rivoluzione, ha continuato ad essere nascostamente o manifestamente presente in
tutte le posizioni teologico-politiche e naturali, che hanno cercato di riaffermare la libertà
naturale e razionale, nella sua potenza ed atto inalienabile, comune. Per questo la funzione
essenziale di Zeus consisteva nel fissare ed immobilizzare la libertà creativa femminile,
orientando la filiazione verso una forma astratta e separata di causa e di scopo
(mascolinizzazione dell’azione: cfr. le due figure di Apollo ed Artemide, o di Athena). La
funzione guerresca dell’Uno necessario e d’ordine si ammorbidisce in epoca classica,
quando il commercio e lo scambio dei beni impone la trasformazione del senso e dei
significati attribuiti all’insieme del sistema teologico greco e a ciascuna delle sue parti e
personaggi (per esempio con l’uso dislocato di Poseidone, quale strumento della
realizzazione dei fini stabiliti da Athena). Intanto nelle diverse comunità della Grecia
arcaica l’imporsi di situazioni politiche e comunitarie di lotta anche estrema (esterna ed
interna) per la sopravvivenza mantiene alla figura egemone dell’Olimpo greco una forte
caratterizzazione militare. Zeus decide soprattutto nei combattimenti, fissa la propria
impronta decisiva nei loro risultati e ne richiede riconoscimento. Il taglio e la sezione del
filo della vita dipende poi dalla necessità del destino umano e naturale. Ma la fonte della
ripartizione rimane comunque in mano a Zeus. Così Zeus diviene la giustificazione della
proprietà e del diritto a difenderla (giustizia), creando la necessità della presenza e
dell’azione dello strumento della legge (Temi). Sorvegliante delle relazioni interne, la
divinità olimpica non può non reggere pure le relazioni esterne della città e le relazioni che
gli stranieri hanno fra loro nel contesto cittadino.
2.2. Era. Proprio perché Zeus rappresenta l’universale aperto e nel contempo la forma di
chiusura e di determinazione che lo limita e lo porta a fine e compimento, Era diviene quel
termine di riferimento inferiore oramai pressoché quasi inutile, se non come compagna
materiale destinata alla formazione voluta dal proprio sposo e marito. Essa perde le proprie
caratteristiche originali ed originarie di Grande Madre, per ottenere quelle addomesticate di
sposa fedele e gelosa delle prerogative plurigenerative del consorte. Anzi: tanto più la
generazione si innalza a Zeus, tanto più essa si distacca da Era, che resta quasi sterile (Ares
è un figlio quasi non voluto, difficile ed imprevedibile, ad immagine del padre). Non è
difficile intravedere in lontananza l’importanza che questa elevazione della generazione (ed
il suo trasferimento) avrà nel successivo pensiero teologico cristiano (il rapporto fra Padre e
Figlio). Il trasferimento e la dislocazione separata della potenza - se non dell’atto –
generativo determinano inoltre una trasformazione del concetto stesso di generazione. Se,

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infatti, quando dominava la concezione della Grande Dea Madre la generazione si
dimostrava quale atto creativo naturale non distaccato e separato nei suoi effetti e risultati –
non vi poteva essere passaggio dal non essere all’essere – nel momento in cui Zeus assume
con la paternità celeste il dominio elevato della stessa, si assiste ad un ben preciso
capovolgimento: l’essere viene deposto all’esistenza attraversando l’orizzonte ed il velo del
nulla apparente, in tal modo entrando nel mondo e venendo determinato dalla composizione
dei suoi elementi, secondo una finalità che accosta ed intreccia insieme decisione
sovrannaturale e disposizione naturale. Ecco perché Apollo ed Artemide si sovrappongono
ad un Dioniso trasformato e normalizzato, teso alla realizzazione degli scopi razionali voluti
da Athena. Un orizzonte così deciso diventerà in seguito l’origine eroica delle principali
genti e famiglie greche.
Il senso e significato della figura di Era viene quindi progressivamente a trasformarsi e
neutralizzarsi: dall’iniziale significato della Grande Dea (madre), identificato grazie al
primitivo senso di De-meter (Demetra), entità privilegiata nell’atto libero della generazione
(Persefone/Dioniso), essa diviene come “Signora degli animali” compagna di Poseidone,
Signore nella distribuzione delle terre e dei relativi prodotti. Quando Poseidone viene
relegato a funzione strumentale delle finalità razionali e degli scopi voluti da Athena, Zeus
lo sostituisce nella funzione di consorte della parte femminile della generazione
(matrimonio di Era, Iliade, 14, 153-353). Allora sorge il concetto di materia vivente, che si
erge e si accosta alla forma che sopraggiunge, per ricevere su di sé l’impronta, la
determinazione e lo scopo voluto dalla provvidenza divina. Nasce la materia finalizzata e
con ciò la funzione dello strumento, prima divino e poi umano. La forma sopraggiunge e si
innesta nella materia, orientandola verso i fini precostituiti dalla intelligenza e volontà
divine. In tal modo la paternità si sovrappone alla maternità, ruotandola secondo i propri
fini. Ecco perché sembra mancare ad Era la rappresentazione della maternità: perché questa
viene sostituita dalla paternità e dalla sua volontà egemonica. L’antica Dea perde la propria
potenza, allorché questa viene trasformata in quella potenza, che sarà cara alla successiva
speculazione filosofica aristotelica, di potenza (e materia) subordinata all’atto. Così la reale
separazione dell’astratto ricade e si rovescia sul concreto, a suo volta separato dalla
considerazione reale dell’astratto stesso (Era come “separata”, dopo le nozze).
La neutralizzazione della potenza originaria di Era viene segnata dalla sua verginità
prenuziale: la sua libera espressione sessuale e generativa deve essere inibita e fermata,
perché essa inizi effettivamente e legittimamente solo sotto l’imposizione maritale.
Istituzione politica e legge si fonderanno proprio su questo implicito e nascosto
presupposto, che garantisce l’allegoria della conseguente giustificazione della proprietà e
del diritto alla sua difesa. Non a caso Platone, nella sua definizione della società ideale

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comunistica, accosta la questione delle donne a quella dei beni e delle proprietà, quando
vuole criticare l’inclusione della vita nell’aspetto formale della proprietà.
L’opposizione che lega Era a Zeus – la famosa discordia – non è poi altro segno che della
neutralizzazione, con effetto negativo, della sua alterità radicale: l’originale alterità radicale
della Grande Dea Madre si trasforma e si racchiude in forme negative destinate a ripetersi
all’infinito, nel momento dell’accettazione simulata della propria subordinazione. Ciò sta
all’origine del successivo allontanamento e della conseguente separazione di Era. Come del
resto qui si situa l’origine del rapporto negativo con il figlio eroico di Zeus, Eracle, generato
in uno dei suoi numerosi “tradimenti” e destinato, come allegorica controparte maschile,
alla salvezza del mondo. Oppure quello contro Semele e Dioniso, con un capovolgimento
dell’originaria e positiva affezione di Demetra per il dio dell’ebbrezza. Oppure quello contro
Io, allegoria della coscienza umana maschile. Qui sta, soprattutto, il fondamento di quella
concezione della Natura, non più come Madre, ma come matrigna, che troverà ampio spazio
nella letteratura italiana del primo Ottocento (da parte dell’erudito Leopardi). Allo stesso
tempo, qui sta pure il fondamento del principo di contrapposizione fra autorità e libertà
licenziosa, illegittima (anarchica), rappresentata negativamente dalla genesi del
“sovversivo” Tifeo o dello strumento perverso, perché generato in proprio e non soggetto
alla consueta subordinazione, Efesto. Sarà il Dioniso normalizzato e normalizzante a
riportare Efesto – vendicatosi del potere assoluto innalzato dalla madre, con la sua
autodissoluzione, tramite la prassi autodeterminatrice (critica delle tirannidi) – alla sua più
adeguata funzione di strumento legittimo, eterodeterminato, con la sua fissazione allegorica
nel cielo olimpico.
Era diventa, quindi, nella sua pretesa autonomia, il fondamento per l’innalzamento
criticato di un potere teologico-politico assoluto, la tirannide popolare, che pretende
l’asservimento di quello stesso strumento libertario – l’autodeterminazione democratica -
con il quale decide di affermarsi, ma che decade e scompare proprio in virtù di questo.
L’autodeterminazione democratica non poteva non resuscitare il mostro della libertà eguale,
fra i sessi prima che fra le classi ed i ceti: ma Argo viene eliminato, grazie all’intervento
provvidenziale di Hermes, che interpreta il volere divino e garantisce la salvezza e la libertà
di Io. La coscienza umana, formata nell’incontro fra il maschile dominante (il futuro spirito)
ed il femminile subordinato (la futura anima), diviene il fondamento dell’ethos e dei
comportamenti legittimi, giustificati dal dio e comunemente accettati dalle comunità greche.
Lo sarà poi nella civiltà latina ed in quella cristiana, attraversando le soglie stesse della
modernità, per giungere con il suo cumulo di contraddizioni negative ed esplosive, sino ai
nostri tempi. Per questa ragione l’anormalità e la negazione apportate dalla posizione
eccezionale, ribellistica, di Era riconfluiscono nello stato del potere ordinario, quando la

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sottrazione del vero dio viene espiata con il ritorno all’ordine consueto e gerarchico. Altra
però era, è e sarà la concezione e la relativa prassi legata alla procedura dell’eguale libertà,
che non cadrà nella falsa antitesi fra anormalità e normalità, perché da sempre aperta
sull’orizzonte di un amore universale ed infinito, capace di ricongiungere in maniera
indissolubile lo spirito, l’anima e la materia, in un movimento nello stesso tempo creativo e
doppiamente dialettico, senza essere alienante né totalitario. Libero e fraternamente eguale,
per la ragione e nella natura.
2.3. Poseidone. Se la sostituzione nella generazione e la modellizzazione della
trasmissione del potere sociale dominante in versione omoerotica caratterizzano la fase di
passaggio verso una fondazione autoritaria e paternalista del corpo civile greco, la
sistemazione verticistica del potere maschile deve demolire e dislocare in senso lato la
precedente relazione genetica, decapitando ed abbassando di grado la funzione
precedentemente assunta attraverso la figura ed immagine di Poseidone.
Poseidone in origine (v. tavolette di Pilo) vale come il Signore che amministra la
distribuzione legittima delle terre e dei prodotti naturali, il Signore che ha potere e che lo
svolge nella giustizia. Esso si accompagna e si intreccia alla divinità della terra, alla Signora
della Terra e della vegetazione, l’eleusina Demetra. In questo modo l’antica concezione
della manifestazione creativa della Grande Dea Madre viene già ridotta ed asservita al suo
ruolo subordinato, attraverso la separazione di un potere maschile distinto, anche se non
completamente autonomo. Questa verticalizzazione – ricorda il mito di Eretteo – apre la
strada alla successiva trasformazione, già analizzata durante la trattazione della figura ed
immagine di Zeus. Zeus sostituisce Poseidone, come Era Demetra, mentre Atena ha il
compito di svolgere la nuova forma razionale della strumentalizzazione dell’Essere secondo
uno scopo od una finalità apparentemente esterni. Nel passaggio dalla forma socio-
economica a prevalenza contadina a quella nella quale i commerci e gli scambi, insieme alle
diverse fasi delle colonizzazioni, prendono il sopravvento e l’egemonia politica, nuovo
esterno e tradizionale interno devono trovare una rinnovata forma di composizione: ci
riusciranno bandendo agli inferi il potere ctonio di Ade – Iliade, 15 - e delegando il vecchio
potere di Poseidone lungo le tracce della nuova fortuna economica delle città greche.
Assegnato il mare a Poseidone, a Zeus non resterà che impossessarsi del cielo e del governo
generale, secondo un punto di vista molto più ampio ed elevato (theómai). Allora il
procedimento di astrazione e di separazione dovrà coinvolgere la natura del cosmo intero,
che subisce nella sua formazione un processo di antropomorfizzazione. È da questo nuovo
ed impegnativo punto di vista che sorgerà la necessità della speculazione filosofica, sia per
confermare che per negare tale progetto di identificazione ed immedesimazione.

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Anfitrite andrà allora a sostituire Demetra, quale rappresentante delle profondità abissali
della potenza, prima della Terra ed ora del mare. Quale antico governante di questa prima
potenza Poseidone è signore dei terremoti, come pure nei riguardi della seconda è
suscitatore delle sue tempeste. Ha una dimensione interna e radicale che lo lega alle
rappresentazioni degli sconvolgimenti, sia naturali che politici. Terremoti e contro-
rivoluzioni hanno in lui la propria causa, mentre in qualche colpa comune essi segnano il
proprio principio. In questo modo egli diviene il fattore principale della stabilità, il
fondamento sul quale è possibile erigere una nuova civiltà, appunto quella che vede Zeus
quale rappresentante egemonico. Egli, il maggiore dei figli di Crono, si fa da parte e lascia
al fratello minore il comando.
La profondità abissale rischiava però di resuscitare quelle libere potenze naturali e
razionali, che la nuova sistemazione teologico-politica e civile intendeva reprimere e
superare: Perseo deve allegoricamente recidere il capo molteplice della Gorgone-Medusa,
affinché dal suo sangue possa nascere Pegaso, il cavallo alato, l’anima aperta ed universale,
soggetta al guerriero Crisaore, lo spirito. La materia vivente e possibile della natura e della
ragione deve essere capovolta in forme, che irreggimentino la sua libera ed egualmente
aperta forza originaria: la dialettica fra esterno ed interno, fra nuovo e tradizionale,
comporrà una dialettica verticistica, che di tanto offrirà spazio al progresso, di quanto tutte
le sue forme eterodosse possano essere reintegrate a ricostituire una forma più elevata di
civiltà. In questa anticipazione nascosta della dialettica hegeliana, la religione olimpica
greca offre il primo esempio di quello che sarà il procedere storico-civile consapevole e
voluto da parte di tutte le classi dominanti nelle diverse epoche e fasi della civiltà
occidentale. In tutti i cosiddetti momenti di crisi e di passaggio l’antico viene sostituito dal
presente attraverso forme di reintegrazione, che ne limitino il valore oppositivo e ne
guadagnino le basi di favore e di consenso: lo si è visto nel passaggio dalla civiltà greco-
latina a quella cristiana, con il consapevole cesaropapismo di Costantino I e Teodosio I; nel
passaggio alla modernità, quando le spinte eterodosse del Rinascimento vengono
neutralizzate e ridotte, per poter essere riutilizzate in forme moderate e poi attualmente
conservatrici; lo si vede nella fase conclusiva e contemporanea della globalizzazione,
iniziata proprio grazie a quel prolungato passaggio, quando dalla sinistra o dalla destra
politica, obbedendo alla logica dittatoriale del Capitale, viene forgiato in ambito statale un
apparato istituzionale radicale (una formazione istituzionale, politica e culturale in senso
lato nazional-socialista, nella amministrazione degli interessi economici privati,
tendenzialmente monopolistici), capace di riassorbire le spinte progressive materiali
(marxianamente: lo sviluppo delle forze produttive) in forme apertamente regressive e
reazionarie, esclusivistiche e nazionalistiche.

11
La religione olimpica greca compie il primo passo in avanti ed in alto, nascondendo
quello all’indietro che comincia ad essere compiuto nella volontà di potenza, di dominio e
di distruzione. Come lato oscuro e nascosto della faccia apparente chiara e distinta, questa
volontà rimarrà la causa costante di tutti i successivi processi di reintegrazione e di
progresso nell’alienazione. Nella prima fase (Poseidone-Demetra) questa volontà viene resa
consapevole nei suoi effetti possibilmente negativi e disastrosi (Arione e l’impresa dei Sette
contro Tebe); nella seconda (Zeus-Era) invece essa viene completamente occultata, per
mostrare invece una potenza ed un atto completamente chiari e distinti. La stessa filosofia
aristotelica successiva adotterà questa visione decettiva, quando gestirà il rapporto fra la
potenza e l’atto adottanto la soluzione della necessità finale. La prima fase, al contrario,
rammenta ancora la possibilità disastrosa legata a quella volontà, attraverso l’allegoria dello
sprofondamento abissale, in terra od in mare (i cavalli di Poseidone). L’acqua che, poi,
rifluisce dalla fonte abissale purifica quella volontà e le consente di svolgersi senza intralcio
ed interferenze, senza dubbi, ostacoli, resistenze od opposizioni. Prepara, così il campo alla
seconda fase, che neutralizza in anticipo i rischi di quella volontà di dominio. Il contatto con
gli inferi libera nello stesso tempo tutte le forze animistiche (le anime dei morti), le rivifica
e le riporta a coscienza, attraverso la bocca (l’apertura profonda) dell’oracolo (Delfi). Alla
fine Atena incarnerà il senso della necessità finale ed imbriglierà la potenza scatenata di
Poseidone, limitandola all’atto strumentale. E così orientandola a se stessa.
2.4. Atena. Essa rappresenta e svolge allegoricamente la funzione dello scopo, ovvero
della finalità deposta dal capo di Zeus e così disposta (cfr. il mito della sua nascita dalla
mente di Zeus), che intreccia unitariamente tutte le relazioni umane e naturali e che fa
progredire il movimento stesso di questa complessa organizzazione, orientandola. Essa,
dunque, svolge – scondo quanto precedentemente svelato della dialettica trasformativa,
capovolgente ed integrante operata dalla nuova ideologia olimpica – la funzione
importantissima di coordinamento e di trasformazione delle funzioni precedentemente
espletate dall’antica concezione teologica immanente greca, secondo l’immagine della
sapienza nel suo svolgimento storico, politico, astratto. Attraverso la sua figura la
precedente potenza creativa della teologia immanente viene separata, estratta ed astratta, per
essere trasformata e capovolta. Qui si inseriscono le funzioni allegoriche svolte dalle due
figure mitologico-religiose di Hermes e di Ares. Se Hermes collega il mondo inferiore a
quello superiore, per mostrarne ed indicarne la volontà trasformativa, Ares svolge in senso e
significato negativo il connubio fra la potenza di Era e quella di Zeus: capovolge la libera e
fraterna potenza creativa e di relazione della Grande Dea Madre nella disintegrante e
negativa potenza della guerra, imposta per decreto superiore (Zeus). Questo capovolgimento
solleva, riorienta ed inverte la precedente finalità immanente – espressa attraverso lo

12
strumento (cfr. la figura allegorica di Efesto) della pacifica autodeterminazione democratica
(dai molti, l’uno) – in una finalità trascendente, eterodeterminativa (dall’Uno ai molti).
Atena dà così luogo allo spazio astratto – l’esterno, interno alla potenza privilegiata ed
egemone (Zeus, insieme ai figli Apollo ed Artemide) - dell’intervento razionale operato
dall’intelletto superiore (cfr. la figura allegorica di Apollo). Esso deve svolgere e realizzare
la volontà egemone di conquista e di dominio (Zeus), solo dopo od insieme all’avvenuta
neutralizzazione e negazione dello spirito amoroso comune e fraterno (Artemide vs
Afrodite).
Atena costituisce in tal modo un’importantissima invenzione della nuova ideologia
olimpica, attraverso la rimodulazione di precedenti influenze anatoliche: è attraverso la
funzione espletata dalla sua figura ed immagine, che si realizza l’alienazione attraverso la
quale si dà atto al capovolgimento operato dalla nuova impostazione ideale. L’alienazione
della potenza dal punto di vista immanente a quello trascendente. Non è difficile osservare
come, nel momento in cui il cristianesimo assume in sé lo schema immaginativo e razionale
generale della precedente civiltà pagana (con i primi quattro concili teologico-filosofici),
alla figura di Atena venga sovrapposta quella di Gesù Cristo - Figlio di Dio, assunto in
cielo. È facile così comprendere come, non già il cristianesimo abbia conquistato e sostituito
la fede pagana, quanto invece sia accaduto il contrario: lo schema classico, preparato
dall’ideologia olimpica e fortificato dalla filosofia platonica e neoplatonica (anche nella
ripresa coordinata di Aristotele) abbia conquistato dall’interno - grazie alla formazione
filosofica prevalente dei suoi Vescovi, Apologeti e Padri della Chiesa – lo spirito della
nuova fede, capovolgendolo e riorentandolo a funzione dell’imperio terreno. Il teologico-
politico e naturale astratto che qui nasce si svilupperà lungo tutti i secoli del Medioevo,
giungerà principalmente attraverso le speculazioni di Tommaso d’Aquino e di Nicolò
Cusano alla modernità, forgerà lo spirito della Controriforma tridentina per toccare le
sponde della contemporaneità, in attesa di una sua attuale e presente riesumazione. Esempio
che si vuole definitivo di questo astratto è l’intreccio ed il connubio, circolare e dinamico
nella sua confortazione dialettica, che si instaura fra la dottrina tradizionale cristiana -
cattolica, protestante od ortodossa, che sono in reciproco avvicinamento proprio per questo
motivo – la funzione economico-politica e sociale egemonica del Capitale e le forme
univocizzanti della scienza contemporanea, attente a sovradeterminare gli effetti e le
successive ricadute delle cosiddette discipline fondamentali (la fisico-chimica con la teoria
del Big Bang, la biologia con la teoria del disegno intelligente, l’antropologia culturale con
la teoria dell’unità separata del genere umano). Naturalmente a queste componenti astratte si
oppongono, in una nuova battaglia di Titani e Giganti, le nuove componenti concrete ed
immanenti presenti come contraltari nelle disciplice scientifiche (teoria delle stringhe,

13
evoluzionismo, ecologia), nella concezione politico-economico-sociale (democrazia radicale
delle fonti energetiche e delle modalità e finalità produttive) e nelle innovazioni teologiche
(ripresa delle forme immanentiste). In questa battaglia gli elementi più importanti, quelli
teologici, devono essere ancora approfonditi ed opportunamente sviluppati, per poter dar
luogo ad utili e necessarie rimodificazioni del tessuto politico e della natura del rapporto con
l’ambiente circostante, oramai comprensivo della vita planetaria stessa.
Anche Atena però subisce un processo di trasformazione, che la conduce alla sua
stilizzazione finale. Prima sembra, infatti, comparire come divinità-uccello, che collega
l’inferiore con il superiore, bene capace di addentrarsi entro i meandri della oscura volontà
degli dei superi, poi del padre Zeus, che riesce ad estendere la sua conquista ed il suo
dominio grazie alla realizzazione ed attuazione dell’intelligenza nascosta, da lei stessa
permesse (ecco il senso allegorico e concreto del suo animale simbolico, la civetta, e l’uso
delle armi, di difesa e di offesa). Perciò essa pare essere
stata collegata al culto primigenio della Grande Dea
Madre, dal quale progressivamente viene distaccata,
quando nell’Iliade (IV, v. 514) compare come dea nata
nella “terza volta”, dopo Artemide ed Apollo, e così
destinata a rappresentare il termine conclusivo della
prima triade chiusa greca (Zeus/Artemide-Apollo).
Appunto il termine che realizza la loro disposizione: la
disposizione della potenza e volontà di Zeus, Artemide,
tramite l’atto intelligente di Apollo. Atena accoglie e
porta a compimento nella storia dell’uomo questa
disposizione, attraverso il proprio concepirsi come
divinità distaccata, pura, vergine (Athéna Parthénos).
Questo stesso luogo teoretico sarà la condizione di
possibilità della definizione della verginità della madre
Vienna, Parlamento. Statua di Atena
del dio cristiano (Maria), della sua assunzione in cielo e
della determinazione del dogma della sua immacolata
concezione. Per riuscire in ciò essa doveva essere il nuovo padre/madre (Pallade Atena) del
movimento riflessivo: doveva elevarsi ed intrecciarsi in un luogo mediano con la figura di
Hermes, messaggero dagli dei (nota il corrispettivo cristiano dello Spirito), per poi
svincolarsi da questi e raggiungere la propria posizione distinta e separata, capace di dare
inveramento e realizzazione finale e definitiva alla volontà divina. È solo alla fine di questo
tragitto, che essa riuscirà finalmente a uccidere la bestia orrifica rappresentata dalla libera ed
eguale molteplicità (il trofeo del suo scudo, la Gorgone/medusa, il Serpente ebraico-

14
cristiano): solo dunque negando le proprie radici, coincidenti con l’apertura creativa e
sostenitrice della Grande Dea Madre.
Ad Atena si oppone Efesto, strumento di Era. Immagine dell’autodeterminazione e
conservatore, quindi, dei pacifici ed inalienabili diritti dei cittadini, esso si scontra con
l’immagine dell’alienazione e del trasferimento, della trasformazione ed alterazione secondo
una volontà superiore, della costituzione dello stato d’eccezione – lo stato di guerra - come
stato normale e normante. Esso si scontra, quindi, con la triade costituita da Hermes-Atena
ed Ares. Lo spirito greco, come quello cristiano, saranno determinati fondamentalmente ed
essenzialmente da questa caratteristica militante, linguisticamente e filosoficamente tradotta
dall’impostazione platonica (valida ed attuata sino ad Hegel ed ai suoi epigoni
contemporanei), quando la volontà nascosta di Zeus, Artemide, viene rappresentata dal
concetto (e dalla relativa prassi teologico-politica) dell’identità, insieme all’applicazione
contraria dell’Essere-diverso, definitiva fissazione e neutralizzazione in immagine statica (la
pietrificazione della Gorgone in senso difensivo nello scudo di Atena) della radicale ed
immanente apertura creativa e dialettica del molteplice, attraverso la cancellazione della sua
immagine vitale e dinamica (la testa della Gorgone, mozzata da Perseo, la rivoluzione
doppiamente dialettica decapitata della sua apertura superiore, teologica, 4 e così
neutralizzata nel movimento inferiore, politico-naturale).
La fusione abnorme fra Efesto ed Atena – cfr. il mito di Erittonio/Eretteo – darà
rappresentazione mitica ed allegorica del tentativo ateniese di comporre insieme la
precedente contraddizione insanabile, attraverso appunto delle forme di riduzione e
neutralizzazione delle potenzialità eversive proprie di una democrazia diretta e radicale. Qui
l’intento eidetico in funzione regressiva – ricorda l’anamnesi platonica - sarebbe diventato
essenziale e fondamentale, per la elevazione di uno spirito collettivo comune ed uniforme e
per l’edificazione dello Stato.
2.5. Apollo. Se il cielo divino si sorregge grazie all’angolo, al termine di completezza e di
realizzazione, rappresentato da Atena, esso sorge e tramonta, rispettivamente, prima grazie
alla volontà nascosta di Artemide, poi alla intelligenza chiara, aperta, distesa e distinta di
Apollo. Apollo così costituisce lo spazio di illuminazione divina, Apollo Febo, l’eterno
termine di salvezza per l’umanità. Esso incanta grazie all’alterazione della quale si fa
portatore Hermes, 5 trasmettitore della volontà di trasformazione divina.

4
Medusa si unisce con Poseidone, a rappresentare dal punto di vista di Atena il rischio e la pericolosità di una riuscita
politica tirannica.
5
Ricorda l’inno omerico, che narra dell’incontro fra Hermes ed Apollo. Hermes cede ad Apollo la lira, conservando
con questo scambio il bestiame sottratto ad Admeto. L’alterazione qui intesa è uno scambio truffaldino fra la realtà
dell’originario e la finzione immaginativa e razionale proposta dal connubio elevato (i due nell’uno di Zeus) di una
volontà nascosta (Artemide) e di un’intelligenza manifesta (Apollo).

15
Ma che cos’è questa trasformazione ed alterazione, che danno luogo a tale incantamento?
È la volontà – divina – di riorientare lo sguardo, l’attenzione e la successiva azione
dell’uomo verso un termine di riferimento elevato, distaccato rispetto al precedente centro
abissale della coscienza umana. È in questo modo che la volontà e l’intelletto umani si
allontanano dall’originario creativo e dialettico, per trasporlo e trasferirlo in maniera astratta
in un luogo separato. Con Apollo nasce dunque quell’alienazione della coscienza, che si
determina come trascendenza. Essa avrà, prima con Platone, poi con il pensiero e la teologia
cristiana un’importanza fondamentale per fissare e consolidare l’ideologia principale della
civiltà occidentale. Questa corrente religiosa, che nasce con Apollo, influenzerà la
successiva corrente filosofica orfico-pitagorica, che invece avrà come controparte il
pensiero e la speculazione di Parmenide. Il suo rifiuto dell’alterazione e del movimento si
collegano, infatti, al rigetto di questo incantamento, per il mantenimento del realismo
unitario ed inalienabile dell’originario. L’alienazione che viene realizzata grazie
all’immagine ed alla figura di Apollo traslocano, infatti, la potenza e l’atto originario in una
dimensione separata, in una stanza degli dei e del divino, che come sopra si sosteneva avrà
grandissima influenza sullo sviluppo del pensiero successivo. Nel contempo l’atto e la
potenza dell’originario, così come vengono svuotati e trasferiti, mostrano di sé un luogo ed
un tempo annichilito: il luogo ed il tempo della negazione. Il luogo ed il tempo
dell’esistente, limitati dall’orizzonte all’interno del quale essi valgono come possibile
contingenza, effetto di un’emanazione o di una creazione che si realizza attraverso il nulla,
il velo (cielo) che nasconde ed annulla alla visione – ecco l’invisibilità – la sostanza
dell’Essere (Uno) superiore. In questo modo l’essere esistente, così proiettato, diventa il
luogo del gioco intrecciato di forze e di potenze che lo generano, alimentano e finalizzano,
prima in senso pagano, poi secondo il piano di salvezza cristiano.
Apollo, insieme ad Hermes, dà Zeus.
inizio a questo movimento
circolare. Dialettico: verso il
basso e contemporaneamente Artemide – La Apollo –
volontà nascosta L’intelligenza
verso l’alto. Per questo Parmenide di Zeus. aperta di Zeus.

rifiuterà la dialettica in quanto


Atena – Il
tale, a partire da quella termine di
LO SCHEMA DELLA CUSPIDE realizzazione
orizzontale, in quanto premessa di D’ARCO OLIMPICA. IL CIELO della volontà
DIVINO. intelligente di
quella verticale, prodromo al Zeus.

raddoppiamento del punto di vista


(gli uomini a due teste). Per questo l’Unità verrà da lui contrapposta alla molteplicità. Ciò
non toglierà che all’Essente parmenideo rimanga la virtù continuamente creativa,

16
determinante secondo un motore erotico (il desiderio divino nella natura) ed una da esso
inscindibile finalità di giustizia (Dike).
Incantatore (con la musica, il canto e la poesia) o punitivo (con il suo arco infallibile e
devastatore di intere comunità), 6 Apollo incarna la virtù del potere. Dio oracolare a Delfi,
tramite la Pizia, tenta di sostituire – per parziale e fondamentale sovrapposizione e
riorientamento (una strategia poi rituale, dal passaggio alla
cristianità alla persuasione delle masse popolari durante il
primo movimento fascista) - i misteri di Eleusi, troppo vicini
alla religiosità contadina, immediata e creativa. Lo fa,
congiungendosi per una parte della propria raffigurazione con
le potenze ctonie (il serpente e la medicina, il figlio Asclepio),
in tal modo sovrapponendosi al fondamento precedente, ma
con una volontà di trasformazione essenziale. Questa si
realizza attraverso il racconto mitico ed allegorico della sua
nascita da Zeus e Latona, insieme alla gemella e primogenita
Artemide. 7 La necessaria sospensione della madre, aggrappata
ad una palma sull’isola di Delo, ed il conseguente parto
sospeso dei figli, per sfuggire alla persecuzione della
gelosissima Era – gelosissima per la sostituzione della propria
Parigi, Louvre. Apollo Saurocton.
posizione principale, nei culti della Grande Dea Madre –
rappresenta in figurazione plastica e statica, visibile, l’atto di sospensione e trasfigurazione
concettuale imposto dalla nuova ideologizzazione olimpica. La potenza e l’atto naturale di
generazione viene allora trasposto nell’atto e nella potenza artificiale e strumentale caro
all’umano ed alla finalizzazione rappresentata da Atena. Apollo diviene il dio delle arti.
L’artificio – di cui le Muse sono la fonte divina protettrice 8 - sostiene dunque la finzione
dell’immagine – il suo movimento di alterazione e di sottrazione trasfigurativa –
deprimendo la realtà e rendendola dipendente dal proprio orizzonte ideale astratto, separato,
che diviene determinante nella logica della costituzione di un nuovo potere. L’eraclitea
divisione che raddoppia, o la successiva dottrina platonica delle idee saranno la
manifestazione e l’occupazione filosofica dello spazio così generato e del nuovo tempo che

6
Ricorda il comando di Apollo ad Oreste, di uccidere la madre Clitemnestra, per il tradimento e l’uccisione del marito
Agamennone. Di qui l’inizio del ciclo tragico greco (Eschilo, Sofocle, Euripide).
7
La contrapposizione con i riti misterici eleusini si rende evidente pure nel racconto allegorico della battaglia ed
uccisione del Pitone, caro a Gea. Nel luogo stesso di questa eliminazione, la fons Castalia, sorgerà il tempio di Delfi.
Segno della tentata sostituzione della precedente fede eleusina sono inoltre i racconti mitici delle prove musicali
sostenute da Apollo contro i Satiri (Marsia e Pan).
8
La pluralità concorde delle Muse sarà la premessa mitica del rapporto filosofico-linguistico-politico fra l’essere
identico e l’essere diverso nella filosofia platonica.

17
in tal modo si impone. Apollo, dio della profezia e massimo indovino, incarna la nuova
funzione e dimensione temporale che viene aperta, quella di un futuro possibile e
necessario. Qui si situa la richiesta della comparsa dell’infinito, come limitazione ed
orientamento del finito, e la composizione del finito come movimento e finalità
eterodeterminata. Questa struttura si manterrà identica nel passaggio dalla concezione
pagana al pensiero cristiano, giungendo sino alla distinzione tardo-medievale fra la absoluta
potentia Dei e la sua potentia ordinata.
Ciò che deve però essere mantenuto in questa composizione è la separatezza e la priorità
egemone dell’infinito: in ambito greco, la separatezza e la priorità del giudizio operato da
Zeus. Ad esse perciò si accompagna la virtù etica apollinea della purezza, della distinzione e
della diversità rispetto alla natura reale e materiale. Qualsiasi traccia od operazione che
provi a negare quella separazione viene infatti giudicata e perseguitata come cattiva e
perversa contaminazione, causa degli eventuali effetti negativi ricaduti sull’operare e vivere
dell’uomo. Ne è dimostrazione concreta e segno ammonitore il mito del tentato connubio fra
Atena ed Efesto, quando il figlio della loro unione (Erittonio/Eretteo) porta alla follia le
figlie di Cecrope, una volta manifestato alla loro aperta visione.
L’edificazione progressiva dell’ideologia olimpica porta con sé una progressiva
trasformazione del rapporto fra immagine mentale e concreta realizzazione, che già si
sovrappone alla realtà dell’immagine vivente, creativa, della natura. Qui si costituisce un
processo, che vede nella sua prima fase l’elaborazione di concrete forme di rappresentazione
artistico-religiosa. La concretezza di queste rappresentazioni artistico-religiose – in primis le
sculture delle divinità (e di Apollo in particolare) – veicola attraverso la figura antropomorfa
il primo passo verso quella distinzione e separazione. Ora il dio giustifica la sua apparenza
in forme umane, solo sovrumanamente comprensibili. Successivamente l’architettonica
degli edifici sacri compie un passo ulteriore in questa direzione, allorquando quel processo
si autorappresenta, costituendo in tal modo una forma ed una materia chiusa e limitata.
Come sostanza, che si rende apparente in modalità opposte ma complementari, essa rende
visione e contatto nel contempo con l’astratto e con il reale. Soprattutto, essa mostra ed
indica, attraverso la propria realizzazione, la finalizzazione dell’opera che si viene
soggettivamente costruendo: l’adeguazione alla finalità oggettivamente presente. È solo qui
che soggettivo ed oggettivo compaiono insieme, a riflettere la precedente imposizione
dell’infinito. Ora la sistemazione ideale dell’orientamento finalistico, concepito grazie a
quella dialettica verticale olimpica, e realizzata grazie alla disposizione ad oriente degli
spazi sacri e dei templi, definisce sia lo spazio di movimento superiore
(astronomico/astrologico), permesso attraverso e grazie alla virtù del cielo, sia lo spazio ed
il tempo di movimento inferiore, la disposizione concreta e reale (geografica) del territorio e

18
della vita naturale ed umana (storia). Non è così difficile osservare come e per quali motivi
cominciano a sorgere e si svilupperanno le successive e diverse discipline scientifiche: esse
devono coordinare i dati osservativi con la genesi delle opportune ed adeguate spiegazioni
mitico-narratologiche. La successiva filosofia si inserirà in uno spazio che viene aperto e
generato solo dall’ultima fase di quel processo: quando si darà luogo alla concretizzazione
dell’astratto (ideale e reale), alla sua trasformazione in realtà umanamente pensabile e sulla
quale è consentito legittimamente – con la divina giustificazione – operare e modificare. La
prima filosofia – quella dei cosiddetti pensatori presocratici – avrà a che fare con un
tentativo di laicizzazione di queste forme di origine religiosa (i Milesii, Eraclito), oppure
con un consapevole ritorno alla formazione religiosa della divinità originaria, alla Grande
Dea Madre (Parmenide), con delle successive forme molto spinte di rinaturalizzazione del
razionale (Anassagora, Empedocle, gli atomisti). Sull’altro versante l’influenza
orientaleggiante sulla formazione delle dottrine orfiche si vedrà protratta nella formulazione
degli schemi interpretativi della scuola pitagorica, 9 a sua volta fondamentale per la genesi
delle dottrine platoniche ed aristoteliche.
Resta dunque fondamentale il rapporto con il territorio, ma nel contempo la possibilità o
la necessità di unire ad esso una fonte creativa infinita, universalmente riconoscibile, come
accade per l’Essente parmenideo, oppure di svincolarsi da esso per aprire uno spazio di
visione universale, capace di riprodurre l’iniziale ed originale apertura epifanica della
divinità. Qui il creativo (infinito) si lega al dialettico (infinito), propendendo poi verso una
soluzione eraclitea oppure orfico-pitagorica (poi platonico-aristotelica). Le soluzioni
naturalistico-razionali successive di Anassagora, Empedocle e degli atomisti daranno
concretezza ad una terza via. Ora la disputa è infatti sulla traccia politica imposta dai
presupposti teologico-filosofici delle diverse scuole di pensiero. I Sofisti e Socrate ne
daranno prova evidente con i loro principi argomentativi e le loro discussioni. Diventando
poi dominante nella cultura greca la scelta inizialmente antinomica fra le speculazioni di
Platone ed Aristotele, e passando attraverso l’influenza della Stoa nella penetrazione
dell’ambiente culturale romano, la figura e l’immagine del Logos assieme a quella del Sol
Invictus ricomporranno lo schema gerarchico fondamentale dell’olimpismo, 10 allorquando si
realizzerà l’integrazione della nuova forma speculativa religiosa del cristianesimo all’antica
greco-romana, grazie alle elaborazioni dei primi concili ecumenici (Nicea, 325 d.C.;
Costantinopoli, 381 d.C.; Efeso, 431 d.C.; Calcedonia, 451 d.C.). Progressivamente
orientata alla modernità, la speculazione medievale cercherà di ricomporre Platone ed
Aristotele, proprio nelle sue versioni egemoniche e dominanti (Tommaso d’Aquino e Nicolò

9
Vedi commento personale a: Aristotele, Metafisica (A).
10
Vedi schema visivo precedente.

19
Cusano), per mostrare infine l’esito definitivo di quella realizzazione dell’astratto: la
costituzione di un’immanenza astratta, resa operante grazie alla supposizione di un principio
di produzione, orientato e garantito nella sua causa teologica d’orizzonte. Grazia,
determinazione ed opera entrano ora a definire gli strumenti teologico-politici principali, per
riuscire a definire l’economia della salvezza: per pochi eletti, per molti o possibilmente per
tutti. L’adeguazione della realtà (in genere, materiale) a questa immagine di salvezza (in
genere, spirituale) plagia la formazione e la nascita della modernità, dandole la forma di un
fascio di relazioni più o meno univoco. Questa è la nascita di quel bellum omnium erga
omnes che attraversa l’intera storia della nostra modernità occidentale, quando l’idea e poi il
dio, all’immagine e somiglianza del quale eravamo costituiti, vengono sostituiti dalla
Confessione, dallo Stato e dalla Nazione o dall’alleanza ideologico-politica. Ora la realtà
non può non – deve imperiosamente – rivelare, non più l’idea o il dio, ma la sostanza
inseparabile della nostra salvezza comunitaria, sociale. La sostanza inalienabile che è
insieme potenza ed atto universalmente determinante, senza residui e senza ostacoli,
resistenze, interferenze od opposizioni: sia essa il capitale dell’ordine economico, sociale e
politico occidentale, o la forma neoreligiosa della salvezza comunitaria occidentale ed
orientale, essa intrappola il senso dialettico e toglie quello profondamente creativo. Solo il
risorgere delle antiche posizioni creative immanenti o creativo-dialettiche potrà far
fuoriuscire l’umanità e la natura dalle gabbie d’acciaio così costruite, demolendo la loro
costrizione e restituendo l’agio ed il respiro del vero spirito e della reale materia. Battaglia
culturale condotta da tutte le impostazioni scientifico-teologiche fondate sull’immagine
dell’apertura creativa e dialettica (ricorda l’elenco precedente), essa condurrà alla vittoria
contro quella nefasta ed orribile combinazione immediata di un dionisiaco pervertito e di un
apollineo diminuito, che si manifesta orridamente nella determinazione e definizione della
guerra di civiltà, infinita e permanente, assolutamente e reciprocamente preventiva. In
alternativa resterebbe, infatti, solo la fine reciproca.
2.6. Artemide. La concezione del primato di una potenza oscura e minacciosa,
imperscrutabile e invisibile nelle motivazioni, ma di un atto visibile che ne dimostri le
finalità stesse, e che quindi ne dia forma accettabile e condivisa, anche se non
immediatamente riconosciuta, è concezione che accompagna l’intera storia della civiltà
ideologica occidentale, pre-cristiana e cristiana. È la concezione della faccia nascosta di Dio
o del Dio nascosto, che in Grecia viene rappresentata dalla figura di Artemide. Primogenita
di Zeus, essa chiude la trattazione della parte principale dell’Olimpo greco, in quanto che,
oltre alla funzione già delineata per Hermes, il solo Ares risulta mancante per la definizione
completa del nuovo meccanismo ideologico escogitato. Si vedrà che, come Hermes
impersonerà la funzione di mediazione fra mondo superiore e inferiore, intrecciato come

20
abbiamo visto con la figura di Apollo, l’immagine di Ares – il dio della guerra – svolgerà
una funzione importante per distaccare lo spirito e l’animo collettivi dal pacifico e giusto
godimento dei beni, garantito dall’immedesimazione con la divinità originaria, la Grande
Dea Madre (in tutte le sue successive versioni). Ares garantirà, come nucleo centrale, la
distinzione e separazione in posizione elevata di una potenza negativa, distruttrice, che
sostiene l’intero processo di trasfigurazione e di capovolgimento imposto grazie alla nuova
ideologia olimpica. Figlio malvisto per questo da Era, che rammenta la propria virtù
creativa e dialettica positiva, Ares – come si vedrà in seguito – sarà adottato da Zeus come
un proprio figlio di second’ordine, nonostante la funzione imprescindibile di sostentamento
e di sostegno per l’intera impalcatura ed orizzonte celeste. 11 L’altra parte della descrizione
dell’Olimpo, equamente diviso in due parti, tratterà infatti proprio delle trasformazioni
progressive, che quella concezione subì all’interno dell’ambiente culturale e civile greco,
per l’effetto di trascinamento dovuto al nuovo progetto ideologizzante (per estrazione,
capovolgimento ed astrazione, alienazione/separazione).
La figura stessa di Artemide e la sua nuova funzione
riesce però ad imporsi attraverso un ben delineato
processo di trasformazione, che la vede inizialmente
sovrapposta alla figura della Signora degli animali,
accanto dunque alla significazione originaria della
Grande Dea Madre. Per effetto forse del motore nascosto
significato dalla presenza e dalla funzione di Ares,
Artemide stessa viene elevata e trasferita in una
posizione superiore, dislocata diagonalmente come prima
o prioritaria. Le caratteristiche positive che potevano
accomunarla così alla Grande Dea Madre – la gioia e la
La Signora di Efeso. Artemide.
felicità della libera espressione vitale, modulata
soprattutto attraverso lo strumento del desiderio erotico (qui entra in gioco la figura
antagonista di Afrodite) – si piegano e capovolgono in determinazioni prettamente negative

11
La sua figura godrà invece del massimo interesse e della massima considerazione ed effettiva potenza, quando con il
nome di Marte, nel mondo romano costituirà il motore nascosto, prima dell’ingrandimento rapido della Repubblica, poi
dell’espansione incontrollabile dell’Impero. Diventato compagno inscindibile del potere imperiale, esso tenderà ad
assumerne direttamente il comando e la funzione rappresentativa, mettendo sempre di più ai margini la virtù pacificante
augustea. Sino al tracollo finale, per mano della stessa potenza guerriera. Nel mondo greco la guerra, almeno sino ad
Alessandro Magno ed alla costituzione del suo Impero orientaleggiante, non superava come motore economico-sociale
e quindi politico il controllo della proprietà fondiaria e lo sviluppo dei commerci, che in tal modo sostituivano lo
strumento della guerra come fattore d’incremento delle ricchezze, lasciando però a quest’ultima la funzione del
mantenimento e del rafforzamento del prestigio e dell’onore collettivo. Sarà la presenza nella Repubblica romana di una
forte componente economica quale il latifondo, con le sue implicazioni sociali (le grandi masse spossessate ed
impoverite) a imporre la soluzione istituzionale dell’Impero, attraverso la nobilitazione e la mobilitazione grandiosa
dello strumento guerresco (esercito professionale).

21
– il movimento animato che la creatività della Grande Dea Madre manifesta viene capovolto
in potere lugubre e selvaggio, quasi demonico nella propria capacità di individuazione e di
punizione. Il fatto è che la sua nuova collocazione si realizza attraverso proprio il sacrificio
della potenza femminile, dando in tal modo rappresentazione visiva di un passaggio
iniziatico, nel quale e attraverso il quale ciò che era primo stando in basso si capovolge in
ciò che è nuovamente primo, però stando in alto. È così che si forma la figura isolata di
Artemide, oggetto ideale della concupiscenza maschile (cfr. mito di Atteone). La sua
potenza si costituisce nuovamente attraverso un’apparente contraddizione e grazie al suo
superamento regressivo: l’esito mortale dei sui effetti e della sua opera viene infatti
giustificato dall’appartenenza all’ambito paterno, all’ambito nel quale si esercita l’oscura e
temibile potenza di Zeus. La contraddizione si manifesta non appena si consideri il fatto che
la sua nuova ed edificata potenza vuole essere potenza di una nuova vita, nuova ed ideale
potenza vitale (ecco il senso della raffigurazione di Artemide come ragazza piena di slancio
e di vitalità). La nuova Natura, elevata e lontana dall’uomo, ideale e perciò fuori dal comune
commercio con le opere quotidiane degli uomini stessi, fa sì che questa nuova potenza si
stagli come intoccato ed intoccabile, isolato, nuovo potere, garantito e legittimato dal
richiamo all’orizzonte dei giudizi e delle finalità paterne (Zeus). In questa volontà regressiva
sta tutto lo spirito che in tal modo viene edificato: lo spirito conservatore e reazionario della
nuova Grecia, costruita oramai in città e lontana da una natura che mantiene come prima e
fondamentale, solo dopo averne negato le caratteristiche principali di creatività e di eguale
rapporto dialettico. La caccia all’esterno – caratteristica tipica di Artemide - diventa allora la
mitizzazione minore (il simbolo) della guerra e del privilegio interno alle stesse città: la
prima viene, infatti, esercitata lontano dalle città, ma secondo finalità che sono essere stesse
estranee alla natura così idealizzata, perché prossime alla considerazione assoluta dello
strumento e della strumentalizzazione (ricorda la figura di Atena); il secondo si compie
all’interno della città nell’organizzazione gerarchica delle classi e dei ceti in formazione. In
un caso e nell’altro Afrodite finisce per dare visione e definizione ad un prospetto d’azione
angolato, a quella diagonalizzazione che diventerà il fondamento delle speculazioni
religioso-filosofiche della scuola orfico-pitagorico-platonica (ricorda quale esempio
concreto di questa diagonalizzazione, in Platone, il cacciar fuori delle forme ideali da parte
dell’Artefice divino e la loro unità simbolica nell’idea del Bene). Si deve così sottolineare il
fatto che il superamento regressivo di quella contraddizione mantiene una fondamentale
valenza negativa, che fa della potenza rappresentata attraverso la figura di Artemide una
potenza sempre esplosiva, sempre disgregante (qui sta la giustificazione dell’uso per sé
dell’immagine della Gorgone). La motivazione di questa disgregazione esplosiva risiede
dunque nella negazione, attraverso la quale si costruisce la contraddizione stessa: fare della

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negazione della vita una nuova vita. Qui Artemide costituisce il principio del pensiero-
azione negativo e del suo prolungamento d’orizzonte, che riguarda la determinazione e
l’operazione.
2.7. Afrodite. Se Artemide dunque rappresenta lo scopo principale del rovesciamento del
culto originario della Grande Dea Madre, al contrario Afrodite 12 ne intende ricordare la
bellezza e la pienezza, insieme spirituale e carnale (Afrodite celeste e Afrodite terrena).
Figlia di Dione (Gea, la Madre Terra) a Dodona o di Urano evirato da Crono, essa vale
come ciò che provoca e causa l’erezione della potenza maschile: in tal modo essa occupa,
mediamente e centralmente, quello stesso
spazio che procurerà successivamente la
torsione guerresca dell’animo greco
olimpico. Lo spazio di Ares. Prima della
sovrapposizione della cuspide olimpica e
dell’inserimento del motore negativo, essa
concepiva il movimento erotico causando il
Pompei. Venere Anadiomene.
desiderio e la relativa posizione. In questo
sviluppo si congiunge nel prolungamento ideale rappresentato da Efesto, il precedente
strumento della autodeterminazione. Quando l’ideologia olimpica tenta di trasformarne e
trasfigurarne le caratteristiche, la sua innata e positiva sensibilità creativa si negativizza in
rapida suscettibilità, in un velocissimo movimento di sottrazione e negazione, che in tal
modo la avvicina di molto alla definizione dell’animo di Artemide, originariamente il suo
contrario ed opposto. Per questo si avvicina ad Ares, primo di una serie continua di
tradimenti (Adone, Anchise con il quale genera Enea), simbolo della trasposizione e del
passaggio negativo, tanto quanto Efesto si dimostra invece il rappresentante diretto ed
immediato di ogni forma di autoposizione. Per la sua duplice e divisa tendenzialità viene a
costituire l’archetipo originario dell’eterno femminino, da un lato soggetto alla sicureza del
matrimonio, dall’altro al piacere della libera soddisfazione psico-sessuale. Una forma
femminile ed inferiore della divagante e poligama tendenza superiore maschile,
esemplificata da Zeus. Nella coppia Zeus – Afrodite si dà pertanto luogo e raffigurazione
alle due facce complementari del tradimento, a sua volta originato dall’allontanamento dal
sacro potere originario della Grande Dea Madre. La necessità dell’espiazione della colpa
sessuale e la sua significazione come colpa principale nasce qui, influenzando per gran

12
Di origine orientale – identificata con Inanna presso i Sumeri, Ishtar presso i Babilonesi, Hathor fra gli Egizi – il suo
culto attraversa il Mediterraneo in direzione occidentale, facendo tappa a Cipro e presso l’isola di Citera, fra Creta ed il
Peloponneso.

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lungo tempo le successive speculazioni filosofico-teologiche del cristianesimo sulla colpa
ed il peccato.
Psiche diviene in tal modo (cfr. il mito di Eros e Psiche) quella controfigura, tramite la
quale è possibile oggettivare, alienare e risolvere il senso della propria colpa, in una sorta di
parallelo con il procedimento del capro espiatorio di ambiente semitico. La propria colpa
viene così nascosta dalla colpa dei propri figli. Nel consueto procedimento per prove e
successive difficoltà il mostro iniziale della favola è infatti il potere materno/paterno, che
destina alla negazione completa della propria autonomia, sensibilità ed autodeterminazione,
quale punizione di una colpa originaria, trasmessa di generazione in generazione: voler
mantenere la propria indipendenza di giudizio e d’azione in un mondo oramai orientato
verso il predominio maschile e patriarcale. Solamente la disubbidienza permette di nascosto
nel sogno il mantenimento delle proprie libere virtù, quando la luce dell’aperto mondo
maschile ne condanna e nega invece il decretato tradimento. Solo il ritorno alla potenza
originaria della Terra – Demetra – consente la discriminazione della via giusta: per
riottenere la realtà di Eros, fuggito dal sogno e dall’immaginazione, Psiche deve
ricongiungersi con Afrodite, immedesimarsi con le sue volontà. Solo in questo modo ella
riotterrà l’amore perduto. Nella nuova successione delle prove, apparentemente insuperabili
ma superate, Psiche cade quando cerca di ricomporre la bellezza di Afrodite e di ricomporsi
a lei, senza differenze. La bellezza della potenza materna deve invece essere superata, in
grazia di quel piacere divino, che toglie il velo dell’apparente soggezione (mortalità) e
riammette al pieno e gioioso, inalienabile, godimento della propria autonomia. Il godimento
della bellezza maschile richiede invece (Adone nasce come controfigura nascosta
dell’unione fra Zeus e Afrodite, fra il padre e la propria figlia) la conservazione da parte
femminile dei luoghi e dei tempi dell’autonomia maschile, dopo quelli dedicati all’obbligo
coniugale e della nascosta licenza sessuale. Ma Afrodite perde il proprio Adone, quando
questo risale a sua volta lungo lo stesso sentiero percorso da Artemide, il sentiero tracciato
da Ares: il privilegio della distinzione per classe o per censo e la guerra allontanano e
divaricano gli amanti liberi dalla propria reciproca eguaglianza.
Il cammino di Artemide del resto è il cammino già visto dell’artificio: l’amore per la
propria opera ed il perfezionamente continuo della stessa allontanano dalla vita normale –
cfr. il mito di Pigmalione e Galatea – distogliendo l’uomo dai piaceri immediati e terreni,
dal mondo orizzontale di Afrodite. L’opera astratta e separata diviene viva solo per effetto
dell’imposizione divina, compiuta grazie alla determinazione olimpica (giudizio
misericordioso del dio). Nasce qui la necessità del riconoscimento come prova oggettiva
oltre – se non contro - il consenso o dissenso soggettivo. Nasce il concetto del per-sé ed in-

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sé, oltre – se non contro – il per-altro o da-altro (in-altro). Eternità ed alterazione trovano
qui la propria ricomposizione e ricombinazione strutturale.
Così mentre inizialmente l’alterazione portata dall’immagine di Apollo godeva di un
valore positivo, ora una diversa immagine dell’alterazione trova la condanna e la necessaria
subordinazione eteronoma dei soggetti. Il tragitto inizialmente aperto dal concetto di finalità
e di scopo (Atena), si conclude ora con una regressione reazionaria, con il trasferimento
totale della potenza ad un piano elevato e separato, dove giudizio ed azione vengono
solidificati grazie ad una determinazione univoca. Così la nuova ideologia conservatrice e
reazionaria giustifica il fatto che la tirannide aristocratica sostituisca l’iniziale apertura
democratica elitaria, fonte di possibili pericoli per l’ordine istituito. Come i Sofisti e, in
special modo, Socrate con tristezza riconosceranno, introdurre la possibilità di una
variazione dell’ordine socio-politico all’interno della città di Atene comportava l’immediata
eliminazione quali “cattivi maestri”, con l’accusa di praticare una sovversione religiosa che
avrebbe negato l’influenza della medesima tradizione religiosa sulle generazioni future. Il
principio dell’Uno necessario e d’ordine, svolto nella sua isolata dimensione di
determinazione collettiva separata (il molteplice), si radica ora nel cuore della posizione
teologico-politica della civiltà occidentale, confermando ed immobilizzando quella
impostazione alienata e capovolta che l’ideologia olimpica aveva generato. Ripresa e
ridefinita da Platone ed Aristotele, la relazione che lega insieme eternità e contingenza
costituisce il punto d’onore ed il principio di slancio persuasivo della successiva fede
filosofica cristiana, che riesce ad attraversare il Medioevo ed a penetrare nella modernità,
con il mantenimento e il consolidamento di tutti i progetti in senso lato totalitari (con il
primato della legge e della sovranità separata) che emergono dal suo seno, sia a livello dei
singoli Stati-Nazione (Spagna, Francia), che a livello sovrannazionale (Concilio di Vienna,
1815). Ma la virtù profonda ed eguale di Afrodite non doveva andare perduta: se quasi tutti i
movimenti reali che si originarono nel primo cristianesimo, per ristabilire la vera fede
(Marcioniti, Montanisti, Pelagiani), e i movimenti che diedero inizio alla fine del Medioevo
- Catari, Patari, Albigesi (negati tutti dal potere ecclesiatico, che li condannò come eretici) -
si appellarono in ultima istanza ai due termini finali della sua stessa negazione – le
corrucciate, moralizzanti ed ascetiche Artemide e Atena – le forze - prima intellettuali, poi
d’élite, infine di massa – che mossero i propri passi a partire dalla fine del Medioevo e dal
Rinascimento per giungere sino al XX secolo, con il progressivo affermarsi della forma
astratta di immanenza precedentemente descritta, la rivalutarono proprio quale patrona delle
proprie rivoluzioni, per ristabilire un’immanenza concreta. Fondata sul concetto e sulla
relativa prassi dell’infinito creativo e dialettico. Giordano Bruno, Spinoza, Feuerbach,
Marx, Nietzsche sono solo i principali fra gli esponenti filosofici – tralasciando dunque tutti

25
gli artisti ed i letterati – che seguirono e si immersero profondamente in questa “corrente
calda” della trasformazione rivoluzionaria (e della riacquisizione della vera e reale,
concreta, immanenza).
2.8. Hermes. Dio della (sovra)posizione, raggiunta attraverso l’esibizione fallica, si
insedia al posto di Afrodite, sovrapponendo la molteplicità dei propri modi espressivi alla
molteplicità dei modi creativi dell’amore e del desiderio. Se in precedenza il taglio del fallo
di Urano permetteva ad Afrodite di sorgere e di nascere, ora l’intervento di Hermes –
combinato, come si è visto con quello di Apollo (la finzione reale dell’immagine) - consente
ad Ares di separare definitivamente uno scopo ed una finalità nuova (Atena), rispetto alla
precedente (Dioniso - Efesto). Una nuova potenza dedicata alla simulazione ed alla guerra si
sostituisce alla precedente, rivolta al pacifico godimento dei beni terreni. In questo contesto
la stessa opera immanente di autodeterminazione (la finalità esibita dalla coppia Dioniso -
Efesto) viene trasformata in
lavoro, come cessione ed URANO - CRONO - ZEUS
APOLLO
alienazione del valore della ARTEMIDE ATENA

propria azione. Tutto ciò è


ARES
consentito e permesso HERMES
URANIA

proprio dalla rotazione


incardinata attorno alla
coppia Hermes - Ares: gli
AFRODITE
strumenti della simulazione POSEIDONE EFESTO
DIONISO
e della guerra sono infatti gli PANDEMOS PERSEFONE

strumenti grazie ai quali


l’eteronomo si fa riconoscere
e si impone, a causa degli GAIA – DEMETRA - ERA

effetti positivi decretati ed


Schema della disposizione funzionale delle divinità olimpiche greche.
acquisiti (denaro nei
commerci, gloria e privilegi attraverso le imprese guerresche). Come la simulazione
commerciale genera il plus-valore delle proprie merci scambiate, così il minus-valore della
vita collettiva ed individuale dei popoli stranieri (barbari) costituisce quella negazione di
riferimento, costante per l’espansione stessa della civiltà greca (sino all’imperialismo
ateniese). Ancora in una dialettica hegeliana anticipata, la civiltà greca assume la negazione
dell’antitesi come elevazione assoluta e totalitaria della propria posizione.
L’amore e l’eguale e fraterna autodeterminazione esaltata dai culti misterici eleusini
viene allora gradualmente sopraffatta dall’applicazione delle nuove regole determinatrici
dell’oracolo delfico, viste come superiori e capaci di trasformare il senso e significato degli

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stessi miti misterici. L’orfismo trarrà da questa impostazione la forza per sovrapporsi al
permanere sotterraneo degli antichi culti, modificandoli e riorientandoli (violentandoli)
secondo delle finalità effettivamente contrarie alle ragioni che ne avevano determinato il
sorgere e la nascita, ottenendo poi con il pitagorismo, ma soprattutto con il platonismo, una
sanzione di legittimità sacrale ed immodificabile. Tale da costituire una tradizione per tutte
le forme civili occidentali successive.
Apollo, dunque, deve governare e far incontrare da un lato il
negativo/positivo di Hermes con il negativo/negativo di Ares. Hermes,
infatti, scambia con Apollo la capacità persuasiva detenuta dalla serie
degli strumenti positivi di civilizzazione: il fuoco e la cultura (la
scrittura, la capacità di calcolo, il gioco). In questo modo riesce ad
incantare con una magia più alta e profonda di tutti gli espedienti
naturali e razionali ancora goduti dalle divinità ctonie ed originali (cfr.
la Circe omerica). Contemporaneamente Atena si preoccupa di
agevolare con le proprie finalità divine l’invenzione di tutti quegli
strumenti essenzialmente od esclusivamente negativi, che
permetteranno l’espansione della civilizzazione greca (cfr. l’Ulisse
Musei Vaticani. Hermes
omerico). Così la valenza sinistra di Hermes si compenetra grazie ad
Apollo con la valenza destra di (Ares)Atena (i due serpenti che si
accoppiano, nel kerykeîon). Il furto della vacche sacre di Apollo e la loro restituzione – cfr.
l’Inno omerico ad Hermes – non rimette le cose come stavano, ma determina l’inizio
dell’accrescimento della potenza greca. Accrescimento che si realizza sotto gli auspici e
l’orizzonte ideologico degli dei olimpici.
Il volo - l’elevazione diagonale, cifrata dai suoi calzari alati - ed il
risveglio – il passaggio alla nuova cultura (l’apertura della sua
nuova espressione e parola, il logos persuasivo e retorico) – sono
dunque le caratterizzazioni fondamentali del personaggio divino
Hermes, che consentono di vedere e giudicare il mondo precedente
come sfera immersa nel sonno e nella morte priva di vie d’uscita. Il
suo risveglio stabilizza, invece, l’uomo occidentale in una situazione
e condizione sospesa e separata, continuamente oscillante fra
l’invenzione di strumenti di sfruttamento positivi e strumenti di
negazione completi ed esaustivi. Esaustivi soprattutto di quella
volontà di conquista, dominio e di violenza che le figure
Hermes Logios.
precedentemente delineate di Artemide, Apollo ed Atena erano
deputate a realizzare e potenziare.

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Lo stesso racconto mitico dell’uccisione del gigante Argo, dai mille occhi, per la
sottrazione di Io dal santuario di Era, rappresenta la volontà di passaggio ad una forma di
civiltà superiore, attraverso l’eliminazione di quella inferiore: la potenza della Terra e della
coscienza che rimane abbarbicata alla sua molteplice celebrazione. Il passaggio dai morti ai
vivi era quindi il simbolo stesso della rivivificazione compiuta da Hermes, che poteva
lasciare i vivi/morti del mondo inferiore al proprio destino di lineare determinazione.
Oppure poteva appunto risvegliarli ed eleggerli ad un mondo superiore, il mondo stesso
dell’eternità (dei vivi/vivi o vivificati). Per questo la figura di Hermes – e di suo figlio
Asclepio – era definita come lo spirito e l’anima, che conduceva ad una salvezza di tipo
sacrale, ad una salute incorruttibile. Egli trasmigra le anime (psychopompós) e predice il
futuro, nella sua condizione di determinazione voluta dagli dei stessi. Per questo è divino
interprete.
Così facendo raccoglie presso di sé tutte quelle caratteristiche e capacità di
trasformazione, che il governo di Apollo ed Atena paiono indirizzare secondo volontà e
finalità superiori. Hermes muove, mentre Zeus con i suoi altri figli realizza. È così che,
finalmente, Hermes riesce a sostituire definitivamente il rapporto inferiore fra la Grande
Dea Madre (Gaia, Demetra o Era che sia) e la sua molteplice manifestazione amorosa e
desiderante (Afrodite), ponendo in un angolo le celebrazioni eleusine di Dioniso ed Efesto.
Segno e prova ulteriore di questo progressivo ingabbiamento e limitazione degli antichi culti
è la progressiva integrazione alla propria persona divina di personaggi precedentemente
riferibili ai culti terrestri e naturali, come Pan, Priapo, Eros stesso (che secondo la Teogonia
di Esiodo nasce dal nulla e prima di tutti gli altri dei, a segnalare l’apparenza dell’atto
creativo della Natura profonda). La fede filosofica astratta sostituisce ora lo spirito concreto
e reale.
2.9. Demetra. Se Hermes rappresenta la riuscita della trasformazione della vera e reale
Natura in atto di disposizione astratto e separato, diagonale ed eteronomo, la permanenza di
Demetra nel Pantheon degli dei olimpici segnala una difficoltà insuperabile. La Natura vera
e reale non si lascia spossessare della propria potenza e del proprio atto generativo e
creativo, senza conseguenze nefaste e distruttive per la stessa costruzione sovrastrutturale
olimpica: essa deve dunque essere mantenuta come base della sua stessa trasformazione,
accettata, voluta e progrediente secondo l’atto impositivo superiore. Deputata a questa
trasformazione sta la relazione verticale che collega la figura e l’immagine della Grande
Dea Madre con le figure e le immagini maschili che via via si sostituiscono nel piano di
controllo e dominio maschile dell’intero essere apparente: Urano (accoppiato con
Gea/Gaia), Crono e Poseidone (accoppiato con Demetra), Zeus (accoppiato con Era).
Secondo la verticale di questa relazione si attuano tutte quelle trasformazioni delle divinità

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iniziali, che porteranno al capovolgimento delle finalità generativo-determinatrici, in tal
modo annullando tutte le funzioni apertamente creative ed orizzontalmente dialettiche. Tutte
le divinità iniziali, che finiranno all’interno del Pantheon greco, subiscono questo
trattamento di trasformazione e di capovolgimento, tranne appunto quelle che devono
mantenere un lineamento di irriducibilità, di fondamentale inalterazione.
Scomparsa Gea/Gaia insieme al troppo naturale Urano, Demetra (accoppiata con
Poseidone e figlia di Crono e di Rea) costituisce forse il primo e più importante di tali
esempi di irriducibilità e inalterazione. Il primo segno
della sua trasformazione nell’immaginazione e nella sua
ragione fondante risiede, infatti, nel fatto che la relazione
orizzontale, che la lega alla figlia Persefone, si innalza
per effetto della generazione paterna, attribuita a Zeus.
Così ciò che prima era ragione profonda e immagine
creativa autosostenuta ora si modifica in immagine
fondata nel cielo di una ragione spossessata, distante e
separata. Ciò imporrà a Persefone il matrimonio con
Ade, Signore degli inferi, quale forma di
ricongiungimento con le potenze inferiori, dalla quali era
stata staccata. Solo con questo ricongiungimento
Persefone può ridiventare la Signora della vegetazione,
Triade eleusina: Persefone, Trittolemo,
Demetra. Eleusi, bassorilievo (440-430 a.C.) la potenza generativa di tutto ciò che pare rinascere da
sotto terra ad ogni primavera. La comune accoglienza
con Artemide ed Atena ai confini diagonali del mondo costituisce, infatti, il prologo e la
premessa della successiva imposizione matrimoniale, quale soluzione del problema legato al
distacco della vita, rappresentato dal ratto di Persefone ad opera di Ade (lo sprofondamento,
realizzato dall’antagonista mascherante). Il distacco della vita è la separazione della parte
essenziale di Demetra, che si muove per recuperarla e la riottiene grazie ad Hermes,
ovverosia grazie all’accettazione di quella subordinazione al potere separante e
ricongiungente, che in precedenza aveva sostituito il movimento e la potenza di Afrodite.
Non è difficile traguardare lo sviluppo successivo del concetto del potere separante e
ricongiungente con la speculazione, prima eraclitea, poi empedoclea ed, infine, platonica.
Chi separa, distingue, per opporre e ricomporre. È il Signore del Tutto e di ogni singola
determinazione, finita e contingente.
È il sangue che irrora e si sparge sulla terra come riflesso di quello che proviene da essa –
la melagrana - a costituire il pegno per la riacquisizione della potenza vitale: il sacrificio
dell’animale o dell’uomo (poi lo sarà dello stesso Dio), nel lavoro od in guerra, ora

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sostituiscono la precedente età dell’oro, dove nulla veniva né alienato, né tanto meno negato
definitivamente con la morte. Giustizia e pace vengono allora sostituite dalla civiltà che
impone alienazione e guerra, per decisioni (leggi) sovrane e separate.
È, dunque, ancora una volta l’artificio, che si distacca e separa in una potenza isolata, a
costituire il fulcro di una leva, che trasforma il razionalmente naturale – l’amore diffusivo
comune a tuttte le specie - in una selezione argomentata del più adatto ed adeguato, secondo
una scala di valori e di preferenze che organizza la gerarchizzazione dell’esistente. E che
capovolge l’amore gratuito, libero e spontaneo, iniziale nell’amore come dono del cielo,
dosato e meritato per grazia e riconoscimento superiore. Qui nasce la concezione dell’amore
come strumento divino finalizzato ad una salvezza, intesa e vissuta come distacco e
separazione dalle potenze negative della materia inferiore, terrestre. Una salvezza operata in
grazie e per virtù di potenze razionali e celesti. Non è difficile allora riscontrare in questa
strutturazione lo schema principale attuato successivamente dalla dottrina cristiana pre- e
post-conciliare (dalla contrapposizione fra Spirito e carne in S.Paolo, alla dottrina della
salvezza per opera dello Spirito Santo, dei Santi e della stessa Chiesa, intesa come
prosecuzione ed imposizione terrestre della stessa volontà dispositrice divina).
2.10. Dioniso. Insieme a Eros, Priapo e Pan, Dioniso subisce il medesimo trattamento
destinato agli altri dei antichi: per effetto della penetrazione e dell’invasione sul piano
immaginativo e razionale dello schema ideologico portato dall’Orfismo esso viene
sottomesso ad un procedimento che ne capovolge la natura, le finalità e la ragione. La sua
immagine iniziale, infatti, viene identificata con il movimento amoroso generalizzato, libero
e spontaneo. Assolutamente inalienabile ed inseparabile dalle potenze espresse, anch’esse
liberamente, dalla ragione naturale. Dalla potenza e dall’atto, creativo e dialettico, della
Grande Dea Madre Terra. Con la quale finisce perciò necessariamente ed amorevolmente
collegato ed associato (si veda, a questo proposito la relazione con la coppia Demetra -
Persefone).
Dio della diffusione amorosa, collettiva ed individuale, dove la relazione dialettica di tipo
orizzontale prevale su quella di stampo verticale, Dioniso libera le anime e gli spiriti degli
animali e degli uomini, facendoli ruotare (danzare) ed unire reciprocamente e
collettivamente, in un’esaltazione generale che ne fa accostare ed insieme comporre l’azione
(appunto creativa e dialettica) all’immagine razionale concreta della coppia Demetra –
Persefone. Immagine e controparte maschile dell’antica e vera Afrodite, Dioniso ne
rivitalizza il movimento d’erezione, legato alle potenze corporee, alla volontà ed
all’intelligenza. Impedendo, in tal modo, il tentativo di sottrazione/sostituzione della
potenza e dell’atto vitale praticato da Hermes (in complicità con l’immagine cara ad
Apollo). Contro la sua fissazione, estraniazione ed alienazione, vegetali, animali ed uomini

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vengono immessi e conservati in un movimento collettivo e generale da una causa, che ha
in sé il principio e la fine (il fine) del movimento stesso. Una causa che quindi non si
sdoppia ed aliena, nella generazione di uno spazio superiore astratto e separato, e che
dunque nega in anticipo ed in radice il suo capovolgimento, effettuato successivamente
proprio dall’inserzione del piano dividente intrinseco alla posizione orfica (od, ancora
successivamente, gnostica e manichea). Qui la creatività ed il mutuo e reciproco rapporto
dialettico, che animavano le collettività religioso-politiche dionisiache originarie,
definiscono un’immagine reale e concreta che si staglia in modo molto peculiare, che
diventa molto simile nei suoi tratti principali alle successive comunità proto-cristiane, mosse
dallo spirito amoroso della libera eguaglianza e dalla conseguente comunione dei beni e
delle vite. Prima, naturalmente dell’inserzione orfico-apocalittica paolina e della successiva
e coerente definizione dogmatica, astratta e separata, dei primi Concili ecumenici.
Rigettando il capovolgimento alienante della trascendenza, l’atto di immanenza
dell’azione e della prassi, con la sua finalità non strumentale, rappresentato concretamente
dalla vita politica delle comunità religiose eleusine, non separa potenze in alto, né
predispone scopi decisi in modo eteronomo, decisi da altri o altrove, per finalità esse stesse
distaccate. In questo modo esso apre quell’orizzonte comunemente creativo e singolarmente
dialettico, che darà luogo alla realizzazione concreta della democrazia immediata e diretta
(assembleare).
La naturalità e la assoluta normalità (ragione) dell’accrescimento della potenza proprio
dello spirito dionisiaco (manía) rovesciano quindi la dichiarazione di effettiva “follia” o
quella di reale “estraniazione” al movimento che pretende la separazione ed il passaggio,
l’alienazione, di un capo discosto e separato, primo, quale fondamento e radice celeste delle
migliori virtù spirituali, astratte e tendenzialmente separate esse stesse. Come si è visto
questo passaggio era reso possibile dall’accostamento e dalla reciproca alleanza dialettica
fra la rappresentante simbolica dello sviluppo delle forze
sociali fondate sullo scambio (la simulazione ermetica) e
l’espansione del dominio statuale, legato alla guerra (Ares)
ed all’imposizione di un’immagine fissa e stabile della
trasformazione artificiale e del divenire cittadino (Apollo e
Artemide). La maschera apposta sul capo del coribante
maggiore acquisirà, quindi, la valenza atta a rappresentare
lo scostamento, l’innalzamento e il nascondimento
prioritario della potenza mirabile del dio, in una
Louvre. Maschera di Dioniso. trasformazione che segna l’avvio della rappresentazione
tragica nell’ambiente pre-classico greco. Come il coro

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ditirambico veniva inizialmente scisso e gerarchizzato, posto in una relazione dialettica
verticale, così la società politica greca si assoggettava alla separazione introdotta dalla
rappresentazione ideologica della religione olimpica. Successivamente questo rapporto
dialettico verticale avrebbe sviluppato una dimensione dialettica orizzontale ma superiore,
astratta, sfruttando l’antagonismo presente nelle società cittadine e modificando in funzione
semplicemente rappresentativa la funzione del coro tradizionale, progressivamente destinato
a svolgere finalità sempre minori, sino a quasi scomparire nell’immedesimazione scenica
degli spettatori. È in questo modo che viene portato a termine quel processo di
inglobamento delle masse popolari, che aveva inizialmente attaccato – con trasformazione
per inversione - proprio l’immagine originale di Dioniso.
Un parallelo con maschera di Dioniso avverrà con l’utilizzazione dello stesso termine –
persona in latino - per la definizione e qualificazione delle Persone divine, nella Trinità
cristiana, nata dalle decisioni dei primi Concili. Le tre potenze, separate ma inter-connesse,
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, portavano a compimento il processo ideologico
iniziato con la costituzione olimpica e con il travasamento della strutturazione ideologica
della nuova fede nel campo tradizionale precedente, sotto le medesime schematizzazioni
strutturali e sotto la medesima architettonica. Una architettonica che avrebbe poi costitutito
l’architrave maggiore e le trabeazioni definitive di tutta la speculazione filosofica
successiva, medievale e sinanco moderna (cfr. Cartesio e l’idealismo tedesco).
Di origine antichissima – vi sono segni della sua presenza in ambiente minoico-miceneo
(XV sec. a.C.) – come del resto il culto della Grande Dea Madre, il culto di Dioniso
attraversa le trasformazioni storiche e sociali delle comunità greche – le invasioni, le diverse
fasi delle colonizzazioni – per incontrare e scontrarsi con il progetto culturale e ideologico-
religioso iniziato dalla coppia Omero – Esiodo. Le forme teologico-politiche delle piccole
comunità contadine devono in quel momento subire, insieme alle subordinazioni politiche
derivate dalle confederazioni con le nascenti principali città greche, l’aggressione e la
cogenza ideologica di quelle forze aristocratiche, che utilizzarono e crearono
consapevolmente e con coerenza veramente mirabile un apparato di sovrastrutture ideali,
poi passato alla storia con il nome di Pantheon olimpico. Di origine forse anatolica, con
importanti deduzioni ed influenze dal Vicino Oriente, esso si appoggerà sulla relazione di
tipo verticale (anziché orizzontale), assoggettante e gerarchica. Così anche la figura ed
immagine di Dioniso subirà una trasformazione completa, un pieno e totale
capovolgimento. Ora egli diviene figlio di Zeus e di Semele: soprattutto deve appoggiarsi
alla relazione verticale con il padre, per poter sopravvivere e rinascere a nuova vita (simbolo
della trasformazione completa del suo culto originario). Come avverrà successivamente per
il rapporto fra il Figlio ed il Padre nella teologia cristiana, Dioniso deve appoggiarsi a

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figure simboliche di sostentamento e di elevazione, che lo mantengono in una stabile
relazione di dipendenza con Zeus: il tirso, la vite, l’edera, il vino. Il movimento naturale
dell’edera e l’afflusso del vino nel sangue si innesta, allora, come riflesso superiore di un
riflesso inferiore e si congiunge ad esso: il riflesso del sangue deposto negli inferi, la
melagrana (il culto di Persefone). La circolazione del sangue nella Terra e dalla Terra allora
manifesta l’organo completo della vita, che si nutre della potenza della morte per edificare il
proprio nuovo regno, che farà ricircolare il proprio nuovo sangue nel sangue terreno ed
infraterreno, per ripristinare senza soluzione di continuità e senza fratture il movimento
generativo e creativo. Accostandosi alla potenza originaria di Afrodite, poi sostituita da
quella guerresca di Ares, questo riflesso superiore fa proiettare verso il cielo l’atto e la vera
potenza creativa, emanatrice. Genitrice. Ora l’immagine della Grande Madre è morta
(Dioniso-toro viene sbranato dai Titani).
Questa proiezione fa sì, però, che il dio figlio e la dea madre possano essere ancora
salvati, per inglobamento e trasferimento. La loro immagine originale allora verrà uccisa,
eliminata, mentre la loro immagine astratta e neutralizzata verrà elevata. Zeus ingloba (e
trasferisce) Dioniso mangiandolo e così rigenerandolo. Zeus ne assorbe la potenza
originaria, insieme a quella della vera madre, per deputarla e successivamente rifletterla
nella dipendenza di una nuova organizzazione terrestre di tipo celeste. L’ordine maschile si
impone sulla relazione orizzontale (Demetra-Persefone) praticata grazie alla Grande Dea
Madre, ad Afrodite e a Dioniso stesso, nella sua versione originale. Solo l’antagonismo
momentaneo è permesso: all’interno delle feste dionisiache femminili si recupera in modo
temporaneo il rapporto con la sacralità originaria, per rientrare successivamente purificate
nell’ordine maschile stabilito (cfr. i miti di Ippaso e delle figlie di Minia).
La transustanziazione del corpo – e della potenza di Dioniso – resa attraverso la deofagia
– nota il parallelo con il culto cristiano della comunione13 – sono quindi nel contempo
astratti e reali: reali nella vera uccisione ed eliminazione definitiva del culto originario (della
triade aperta Grande Madre – Afrodite – Dioniso; Gesù), ma astratti perché compiuti dal
procedimento operato dall’astrazione alienante, che si rende reale attraverso il consenso
generalizzato deposto ai piedi della relazione verticale di gerarchizzazione del potere (Zeus,
dottrina ecclesiastica). Reale, astratto e di nuovo reale Dioniso (Gesù, come Cristo) esce
capovolto: negato e riaffermato. In un modo tale che l’intero orizzonte olimpico (cristiano)
assume su di sé la caratteristica e la funzione separata della negazione e dell’alienazione.
Ma la potenza nella negazione è rappresentata dalla figura ed immagine di Artemide. La
volontà oscura e terribile del Dio – o in ambito cristiano la predestinazione della grazia –

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Molti dei problemi connessi alla definizione del senso della comunione in ambiente protestante – reale od allegorica
transustanziazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo – potrebbero trovare qui collocazione e soluzione.

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vengono affermate grazie alla sua attività artificiale e divaricante (Artemide è dea dei parti),
mentre è dovuta alla triade Hermes/Ares/Apollo – o, sempre in ambito cristiano, alla
Provvidenza divina - la realizzazione positiva della sua separazione. L’immagine viva e
vitale della potenza e dell’atto creativo e dialettico originari viene spezzata, mentre al suo
posto sorge l’immagine che divarica causa e fine dell’azione e del pensiero (discorso),
innalzando un termine finale e definitivo di giudizio e di operazione, che intreccia insieme
lo scambio della potenza e la disposizione dell’atto finale. Così mentre la sovranità separata
della Legge – cfr. Le leggi di Platone – offre sostanza egualmente separata a quel
movimento di incorporazione del valore, che attraverso la monetazione predispone lo
strumento positivo dell’accrescimento artificiale delle ricchezze, la loro moltiplicazione
viene resa possibile attraverso l’atto di colonizzazione dell’altro e del diverso: qui
l’immagine guerresca di Ares svolge la funzione dell’acquisizione di quel territorio –
appunto ora resto astratto (demolito nelle precedenti credenze ed usanze collettive, se non
degli stessi soggetti umani) – sul quale verrà sovrapposta l’immagine della nuova credenza
olimpica (la coppia Hermes/Apollo) e del suo Dio direttivo e governante (Zeus). In capo a
questa divinità viene pertanto formandosi quella nuova mentalità collettiva – astratta essa
stessa – per la quale l’autorità del principe si fonda su una potenza separata ed un atto finale
indiscutibile ed inopponibile o inoppugnabile. Ora la colpa originaria, alla quale segue
necessariamente la repressione e la punizione finale, diventa la sottrazione di obbedienza a
tale credenza, che allontana ed espelle dalla comunità (esilio). Non è allora difficile
sovrapporre, con un calco, le posizioni e le funzioni esercitate dalle corrispondenti e
correlative figure cristiane: il Dio che è Signore, la sua potenza separata esercitata nello
Spirito dalla Chiesa, la dichiarazione di eresia, gettata in faccia soprattutto a quelle posizioni
che affermano la responsabilità e l’autonomia del merito, nella continuità immanente della
grazia divina e nella sua diveniente rivelazione (e creazione). Come si vede una negazione
che ripiomba addosso ai lontani epigoni e prosecutori dell’antico spirito dionisiaco ed
eleusino. Lo stesso identico calco è visibile del resto nel passaggio alla modernità, quando la
formazione dello Stato avviene sotto l’egida – Athena rediviva – dell’assolutezza del potere
politico, economico e sociale. Sino alle attuali manifestazioni del potere globalizzato.
Così lo spazio della democrazia ateniese si inserisce all’interno di quell’orizzonte di
determinazione e della sua aperta triangolazione, con il potere separato di iniziativa
legislativa (gli arconti dell’Areopago, il consiglio dei Cinquecento) e quello similmente
separato deputato al controllo giudiziario (i tribunali dell’Eliea), con il potere incarnato
nella radice popolare delle Assemblee (esecutive e deleganti). L’afflusso popolare nei poteri
separati non toglieva il fatto che essi fossero per l’appunto distinti e lontani da un possibile
accorpamento comune ed assembleare. In questo risiedeva infatti il temuto pericolo della

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tirannide e della eliminazione di qualsiasi possibilità antagonistica. L’antagonismo, invece,
dibattutto nelle assemblee, od esercitato nei diversi consigli e tribunali, garantiva la
conservazione del motore economico imperialistico della democrazia ateniese stessa, stretta
fra l’ipervalutazione dell’artificiale – lo scambio attraverso i commerci – di fronte
all’esiguità dei beni reali – mancanza di latifondo – e la sua necessaria espansione
territoriale e colonizzatrice.
Non è così difficile osservare la ragione per la quale all’interno dell’orizzonte religioso
ed ideologico olimpico la figura che si oppone all’immagine originaria di Dioniso sia
proprio Artemide, mentre quella che lo contrasta più attivamente sia quella di Athena,
deputata a svolgere quella funzione di finalità razionale distinta e separata, sovradeterminata
(Athena nasce come riflesso della mente di Zeus), che non può non opporsi e cercare di
sostituire, cancellare o subordinare (Dioniso rinasce secondo il mito orfico dalla coscia di
Zeus) quella finalità interna ed autodeterminantesi, che segna la traccia e l’evoluzione dello
sviluppo dell’azione dionisiaca (e che ha come termine simbolico la figura di Efesto).
Sarà così la ritualità orfica a rinchiudere e ridurre la potenza dionisiaca all’espressione
libera e collettiva dell’atto sessuale, in una forma di recinto sacro neutralizzante e di sfogo.
La sua completa negazione, infatti, ingenerava quelle forme di distruzione definitiva
dell’ordine maschile – cfr. Euripide, Le Baccanti – che rischiavano di risultare come una
rivelativa forma di punizione, per l’annullamento della sacra potenza originaria (della dea e
del dio). Al contrario l’esibizione controllata e limitata della potenza sessuale avrebbe
consentito un rapido rientro dallo stato di eccezione, con la reintegrazione ed il ripristino
della norma e dell’ordine maschile. Ciò che viene negato a Dioniso non è dunque tanto la
libera espressione sessuale – che questa viene garantita in forme eccezionalmente devianti –
quanto piuttosto la potenza del cuore e dell’intelligenza: entrambi infatti vengono resi a
Zeus e da esso sostituiti (con la potenza di Ares e la freddezza calcolatrice e strumentale di
Athena). Sensibilità, sentimento, passione e ragione vengono inglobati all’interno
dell’orizzonte eterodeterminante di Zeus e da questo capovolti, come si può vedere nella
trasformazione militare della figura di Dioniso stesso, ora destinato alla conquista delle terre
ad Oriente sino all’India, come risarcimento della precedente pazzia. La follia dell’amore
per la libertà eguale (cfr. la “follia della croce” di Erasmo da Rotterdam), caposaldo delle
piccole comunità contadine ed eleusine, loro cuore ed intelligenza, viene così rovesciato
nella propria autostrumentalizzazione per finalità a quella opposte (guerra e conquista),
considerate e valutate necessariamente come normali (e normanti). Ben altra cosa sarà la
prosecuzione dell’azione dionisiaca, piena ed effettiva, così come si svolgerà e realizzerà
tramite la figura ed immagine di Efesto.

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2.11. Efesto. Abbiamo visto che Artemide occupa la posizione opposta e contraria a
quella svolta e sviluppata da Efesto. Come potenza separata ed isolata, essa si nasconde
dietro la simulazione e le invenzioni di Hermes: pura ed intoccabile, utilizza l’immagine
statica e stabilmente superiore, trascendente, di Apollo per realizzare le finalità paterne.
All’estremo (in Athena) minaccia (con Ares) una distruzione terrificante (la
Gorgone/Medusa sullo scudo di Athena stessa), sempre per compiere le volontà paterne,
addossando la responsabilità e la colpa del proprio intervento distruttivo al nemico o
all’oppositore interno. Una funzione importante però interviene qui per limitare e
neutralizzare il luogo negativo aperto dall’abisso fondato da Artemide, l’abisso della
circolazione vitale del sangue (dagli inferi alla terra e viceversa): Apollo con la forza della
sua immagine – che è potenza di elevazione – trasforma e capovolge quell’abisso in
verticalità, utilizzando il negativo come strumento per la realizzazione di un progetto
razionale globale, capace di conservare e potenziare l’egemonia del principio direttivo e
governante (Zeus). In questo modo l’unicità egemonica trova la possibilità di un consenso
universale, nel momento in cui il negativo sia accettato per il contro-positivo che promette
di realizzare. Appare così che il negativo abbia in sé un destino comunque positivo da
realizzare. Non è allora difficile osservare come questo stilema filosofico costituisca
l’essenza del tragico greco, che con Eschilo, Sofocle ed Euripide presenta e realizza
(rappresenta) l’orizzonte negativo/positivo della civiltà ideologica greca pre-classica. Su
questa stessa base, del resto, sarebbe stato facile giustificare l’orizzonte politico delle
tirannidi, che si erano storicamente realizzate nei diversi luoghi mediterranei della
colonizzazione greca.
Per ritrovare la funzione originaria svolta dalla figura allegorica di Efesto, prima della
sua successiva trasformazione in strumento ideologico, è importante a questo punto porsi la
seguente domanda: che cosa blocca, impedisce o neutralizza, quella unicità egemonica?
Questa unicità egemonica blocca, impedisce o neutralizza, il ripresentarsi - con la forza di
cui comunque sempre gode – della potenza e dell’atto immediato ed inalienabile legato al
creativo ed al dialettico. Sommerge e cancella – o pretende di farlo con le fantasie
dell’immaginazione astratta o la forza brutale dell’annientamento - il sacro originario. Nella
sua elevazione (Afrodite originaria), nella sua apertura (Persefone originaria), nella sua
azione (Dioniso originario) e nel suo libero ed autonomo svolgimento (Efesto originario).
Ecco quindi come a ritroso possa comparire quale potesse essere l’immagine originale di
Efesto: esso era niente di più e niente di meno che il processo di autodeterminazione, con il
quale il creativo e dialettico si esprimeva e si svolgeva e sviluppava (cfr. i Cabiri di
Samotracia). Esso diventa solo successivamente e per particolari influenze strumento di una
sovradeterminazione: prima esso vale come mezzo sempre modificabile, variabile o

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cancellabile e sostituibile delle volontà comuni. Come strumento democratico capace di
dissolvere qualsiasi progetto autoritario o tirannico. La sua controfigura ideologica è Eracle
(Ercole) - lo strumento di un’azione e di una finalità eterodeterminata ed eterodeterminante,
come è facilmente visibile dalla successione delle prove, che è costretto ad affrontare e
superare - al quale, sempre ideologicamente, viene infatti avvicinato. Figlio di Era come
Ares, a cui viene infatti accostato dall’ideologia olimpica, per la fabbricazione di
insuperabili (magici) strumenti guerreschi, l’Efesto olimpico vive separato da Athena, con
al quale però fa coppia costante (come finalità razionale e strumento). Brutto e deforme, si
sostiene con un bastone, né più né meno come il Dioniso olimpico, che si sorreggeva grazie
all’aiuto paterno (Zeus). Per questo la sua intelligenza pare scomparire, come scompariva il
cuore e la mente di Dioniso, per tramutarsi in furia costruttrice eterodiretta. Rigettato dalla
madre, si vendica imprigionando il suo potere tirannico con lo stesso strumento, che lo eleva
e giustifica, in modo separato: la democrazia viva e concreta, appunto il libero ed autonomo
sviluppo dell’autodeterminazione collettiva. Senza alienazione e cessione di sovranità. Così
solo l’unione con la relazione amorosa che sostiene la collettività – l’unione con Afrodite –
potrà risarcire il suo trasferimento ideologico, non voluto ma costretto (Dioniso lo ubriaca,
per riportarlo all’Olimpo). La democrazia greca, nata nella condizione materiale e formale
delle piccole collettività contadine dell’interno, si trasferisce ad Atene, dove viene collocata
su di un piano astratto ed apparentemente separato, all’interno del quale
l’autodeterminazione vale solo come radice esecutiva di leggi inizialmente preparate e
finalmente controllate altrove (ricorda la triangolazione precedente, l’apertura dei poteri
separati dell’iniziativa legislativa, del controllo giudiziario ed, appunto, della radice
esecutiva democratica). Il motore commerciale trasforma, insieme alla resistenza fondiaria,
la democrazia diretta in democrazia mediata, perché possano essere salvaguardati gli
interessi prima della classe proprietaria e poi di quella legata agli scambi ed alla produzione.
Con il progressivo prevalere di quest’ultimo interesse si assisterà – con logica e necessaria
conseguenza – allo sgretolamento della difesa degli interessi separati dei proprietari
fondiari, per effetto di un afflusso di elementi democratici nella struttura precedentemente
definita e delineata (nei consigli e nei tribunali). L’impianto astratto però non verrà toccato,
perché consentirà di giustificare e potenziare l’imperialismo economico-politico della città
di Atene. Per questo l’Uno necessario e d’ordine continuerà sotto le spoglie teologico-
filosofiche di Platone ed Aristotele a dominare l’orizzonte culturale e civile ateniese (poi
anche macedone), come in precedenza faceva l’orizzonte ideologico costruito grazie agli dei
olimpici. Il contatto con Roma dell’olimpismo e della filosofia greca ingenererà
successivamente colpi e contraccolpi di natura diversa, prima con la reazione conservatrice
latifondista, poi con l’accettazione del motore imperiale.

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Ad autoconferma della validità dell’impianto ideologico olimpico, l’Afrodite astratta non
accetta di unirsi ad Efesto, ma gli preferisce Ares, accentuando così l’importanza e la
valutazione del vero ed effettivo motore e strumento della democrazia ateniese: l’amore per
l’espansione, la conquista e la ricchezza, per il tramite della guerra. Ed ancora: Zeus punisce
Efesto per la liberazione di Era, sospesa fra cielo e terra con una catena d’oro. Il piano
astratto e separato, con la sua fondamentale riduzione ed imprigionamento del sacro
originario, non può e non deve essere cancellato: ripristinare il sacro originario merita come
punizione l’allontanamento e l’affossamento ultimo e definitivo (Efesto rotola in basso per
nove giorni e nove notti), dal quale si può riemergere solo a condizione di capovolgersi,
appunto, in strumento caro al potere sovradeterminante (Efesto divinità degli artisti ed
artigiani). In questo modo Efesto diventa lo strumento di tutti gli strumenti approntati dal
progetto razionale ed immaginativo, sentimentale e sensibile, olimpico (l'elmo e i sandali
alati di Ermes, l'egida di Zeus, la cintura di Afrodite, il bastone di Agamennone, l'armatura
di Achille, i battacchi di bronzo di Eracle, il carro di Helios, la spalla di Pelope, l'arco e le
frecce di Eros, l'elmo che rende invisibili di Ade). Con tutti i loro significati allegorico-
filosofici appropriati. Anche Prometeo ed il vaso di Pandora – con il relativo accorpamento
dell’umanità allo strumentale e la dannazione della negatività femminile – sono collegati
all’attività ideologizzante di Efesto, che si trasforma quindi nell’apparenza più mirabile del
sistema olimpico. In ogni luogo ed ovunque, è tutto in ogni parte, come il fuoco (il suo
elemento/strumento simbolico) che tutto è capace di trasformare. Prima ipotesi teologica del
dio artefice che tutto comprende, assume su di sé le diverse funzioni del sistema chiuso
stesso: intervenire, aprire e chiudere definitivamente. Deprivato dell’intelligenza e del
fondamento (ha i piedi deformi, inutili e quasi da cancellare), in questo modo offre e rende
compiuto il luogo deputato ad accogliere e custodire la potenza di Ares.
2.12. Ares. La potenza distinta di Ares si colloca nel luogo mediano e centrale, elevato e
distaccato, nel quale il taglio diagonale, negativo ed abissale, di Artemide si capovolge in
positivo, grazie all’immagine sospesa di Apollo (la disposizione divina, il fato o destino).
Ares diventa in questo modo lo strumento sotterraneo della suprema e superiore ragione
strumentale (Athena). Nel luogo occupato da Ares – e grazie al luogo occupato da Ares – la
libertà originaria si trasforma e capovolge in una triplice necessità: la necessità di ordinare
verticalmente e gerarchicamente la comunità umana (cfr. il mito di fondazione di Tebe e la
funzione di Armonia), la doppia necessità di dare alla potenza ed all’atto divini una forma
ed una materia, un portato ed una valenza, chiuse e orizzontalmente delimitate. È in questo
modo – il modo introdotto dall’Uno necessario e d’ordine – che la molteplicità creativa e
dialettica della potenza e dell’atto religioso originario si capovolgono nella molteplicità che

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nega il creativo, sino alla distruzione totale ed al totale sradicamento, ed il dialettico
orizzontale, sostituendolo e cancellandolo con il dialettico verticale. 14
Così nel luogo negativo/positivo centrale e mediano, che sospende la caduta abissale
nella distruzione e che dà ciclo - in senso lato, alimentare - al movimento del sangue, la
potenza negativa immediata di Ares – che quella di Artemide è trascendente 15 – viene
neutralizzata dall’intervento della ragione strumentale. La potenza negativa immediata di
Ares diventa pertanto l’apparente opposto irrazionale dello strumento governato dalla
razionalità superiore (Athena). L’una e l’altro però procedono in coppia, per sottrarre spazio
e tempo – cancellandolo dalla vista – alla negazione della finalità strumentale, effettuata
tramite la figura precedentemente analizzata di Efesto (dell’originario Efesto, non della sua
trasfigurazione olimpica). In questo modo essi costituiscono lo spazio ed il tempo di una
falsa alternativa, 16 quella vera e reale essendo quella che contrappone il sacro originario al
sistema olimpico: o la pace dell’ordinata sottomissione (esterna ed interna), o la guerra sino
alla dissoluzione completa. Che dissolve soprattutto la possibilità di vedere e praticare il
sacro originario: la vita creativa e dialettica.
In questo senso Ares è il sicuro e definitivo distruttore del sacro originario.17
Tracio, come il Dioniso trasformato olimpicamente e orficamente, ne assume infatti la
furia, però in negativo. Unica furia collettiva negativa (enyálios), resta sempre comunque
inferiore e dipendente dal calcolo strategico di Athena. Ha il suo opposto apparente in
Eracle, 18 lo strumento positivo della grazia e delle decisioni divine (Zeus). Egli viene così
alla fine sostituito, 19 quando lo strumento delle prove superate attraverso eroiche sofferenze
e disagi – lo strumento dell’alienazione singolare e quotidiana - sostituisce lo strumento
guerresco, allorché la civiltà delle città greche trova una comune contemperazione ed
armonia (di fronte al comune nemico persiano e per effetto della moltiplicazione degli
scambi commerciali reciproci).

14
Il mito che raffigura Ares su di una quadriga di cavalli immortali, dal respiro infuocato e legati con finimenti d’oro,
costituisce in modo rapido e mirabile la rappresentazione visiva dello spazio logico ed ontologico creato dallo schema
di cui Ares è portatore (+). Parmenide utilizzerà lo stesso stratagemma, per mostrare lo spazio del proprio schema
interpretativo della realtà (v), più vicino – al contrario dello schema olimpico di Ares – alla visione del sacro originario,
immanente. Cfr. Iliade, V, v. 352.
15
Nella lotta di Ares contro i giganti Oto ed Efialte, Ermes ed Artemide intervengono alleati, per liberarlo dal vaso di
bronzo nel quale era stato imprigionato e per fare in modo che i suoi nemici si eliminassero a vicenda. Il contenitore di
Efesto – il contenimento della guerra, per effetto della libera espressione del creativo e dialettico - viene rotto
dall’intervento di una simulazione d’immagine distaccata combinata con una potenza alienata, che predispongono
l’intervento autoritario di una divinità superiore. La bellezza e la bontà della potenza distinta della città, retta
gerarchicamente, amministrata armonicamente secondo la diversità dei propri interessi, capace di espandere se
necessario strategicamente la zona della propria influenza.
16
La sottomissione di Ares ad Athena è una costante dell’Iliade omerica, sin dalla immedesimazione con gli opposti
schieramenti: Athena con gli Achei, Ares con i Troiani.
17
Simbolico di questa distruzione è il sacrificio di giovani vite animali (cuccioli di cane), dedicato ad Ares.
18
Cfr. il racconto mitologico della lotta mortale fra Cicno, figlio di Ares, ed Eracle stesso.
19
Ares viene congedato alla fine e ritorna in Tracia.

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